mercoledì 8 maggio 2013

I FIORI DELLA CITTÀ FERITA - SU EMILIANO MICHELINI


I fiori della città ferita
di Davide Nota

Cos’è «il latrato del lupo che entra nelle scarpe»?
È la preistoria postmoderna che si consuma nei falò delle metropoli, nel battito cardiaco che scandisce il ritmo dei non luoghi di un’Italia avvelenata e mutante, su una bava cementizia che unisce costa adriatica e pedemonte, interrompendo il classico dell’antichità rurale, in una piana successione di capanni industriali, palazzine, ipermercati e bar. Il “soggetto implicito” che abita questo mondo è un ragazzino di vent’anni, nato e cresciuto nel cuore fondo di una Non-storia che canta attraversandola con versi espressionistici e allucinati, in una prima persona franta ed enigmatica, su moduli ricavati da una tradizione orfica e suburbana che traduce Dino Campana in Aldo Nove passando per le esperienze di Nanni Balestrini e Milo De Angelis, ma anche attraverso il cinema di David Lynch e le lande psico-acide del Post-moderno, tra transe iperreale ed antiestro ermetico.
La logica che muove questo racconto in versi, questa anti-epica immersiva e pop della provincia italiana del Duemila, è la scrittura automatica generata da una accelerazione connettiva di parole e di immagini scritte e parlate, che salgono e battono come bassi industrial da una cassa di risonanza interna, una vibrazione interiore alla terra e alla carne storiche.
È l’accelerazione di chi si trova a decifrare i quadri sconnessi dell’esistenza attraverso un filtro sopra cui scorrono i geroglifici audiovisivi di un tardo consumismo disidratato ma ancora assoluto, annodato come edera attorno agli oggetti della realtà e del quotidiano. Ed è la velocità di chi può farlo, soprattutto, solo per mezzo di una connessione alogica di immagini catturate con la coda dell’occhio, dalle corse in motorino alle estasi tecno-barocche della discoteca.
Ciò che resta di tali impressioni sensoriali è la traccia di un passaggio sedimentatosi come cenere sopra la pagina bianca o calcare incrostato attorno alle grate del depuratore storico, quando l’età fluviale sfocia ad altro mare. La poesia di Emiliano Michelini si va costruendo per strati sovrapposti di materiali incongrui, scorie contemporanee auto-filmatesi in dialoghi provvisori e disturbate immagini da videotape amatoriale anni Novanta, corrose dai pixel per mancanza di luce o sfocate dall’impossibilità di una messa a fuoco rapida.
Il sipario si alza su una data simbolica. È il 1998, tre lustri fa. L’autore ha poco più di vent’anni, chi ora scrive ne ha diciassette e sta guardando il film di Schnabel su Jean-Michel Basquiat in un garage di periferia di una provincia marchigiana, assieme ad alcuni amici che inizieranno a dipingere o a leggere poesia. Ciò che accadrà solamente tre anni dopo, nell’implosione delle Twin Towers di New York e dell’immaginario globale, è lontano quanto un Nuovo evo. La ricostruzione mnemonica e alienata di questo io storico in atto, adolescente nella bolla speculativa di una Storia che si immagina finita, è il soggetto poetante che canta in presente indicativo le azioni anti-epiche di un giovane abitante di una delle tante ininfluenti propaggini del sistema globale.
Ma in un contesto che potremmo definire post-Pop, e dove spesso l’ironia ha la funzione di sfigurare o di alienare il pathos tragico, fioriscono come pratoline urbane le forme liriche di un’esperienza umana. Sono piccole creature senza più nome, bianche e viola, sopra di esse passa un motorino; ma schiacciate si rialzano. Il prato dei giardini pubblici come il grande oceano tutto assorbe e perdona. Si nutre di lacrime e di pioggia, riposa all’ombra dei palazzoni a schiera. Qui passano le storie, si stratificano “le nostre impronte su questi giorni”, tracce slavate in uniposca o happy color di una generazione senza volto le cui voci si sono intrecciate in un selvatico coro di fuochi notturni ed albe raggelanti, da obitorio e claxon.
È “l’urlo che ha denti per vedere”, vedere “l’orda dei teen-ager [che] muove i primi passi”, “attaccati qui con questi chiodi” o “con le dita / sul pulsante degli scooter”. È Alice nel paese delle meraviglie traumatizzate, “La ragazza [che] continua il suo calvario, non ritrova / l’altra caramella, quella rossa, esplosa come un fungo, / come un’auto disastrata, cappottata, senza un io”.
Buona lettura.

[Prefazione a La circolazione del sangue di Emiliano Michelini, Sigismundus Editrice, 2013]

lunedì 29 aprile 2013

BELLO COME UNA PIETRA IN FACCIA - AN DEGRIDA - LIBRERIA PROSPERI/SPAZIO NOVADEA, ASCOLI PICENO




Titolo: BELLO COME UNA PIETRA IN FACCIA
Artista: An Degrida
Cura: Katia I.
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 11 maggio ore 18,00
Periodo: 11 maggio – 8 giugno 2013
orario: dal Lunedì al Sabato 9-13 e 16,30-20
Info: 0736.259888 – 329.1979667
libreriaprosperi@hotmail.it

BELLO COME UNA PIETRA IN FACCIA, personale del giovane ed elusivo An Degrida, è il terzo appuntamento, dopo PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY dell'artista Davide Calvaresi e ASSALTO AL MORO. Il palio di Ascoli del fotografo Ignacio Maria Coccia, della stagione espositiva dello Spazio NovaDea interno alla Libreria Prosperi di Ascoli Piceno. La mostra verrà inaugurata sabato 11 maggio alle ore 18,00 e rimarrà aperta al pubblico fino all'8 giugno 2013 (Lun-Sab, 9-13 e 16,30-20).
I lavori esposti sono una parte della recente produzione di An Degrida, e spaziano dalla toccante rappresentazione grafica dei caratteri e dei linguaggi marginali dei carcerati, ai pittorici collage delle grafiche artigianali, spesso indirizzate al ri-velamento e alla celebrazione sviata del fascino ipnotico del media pubblicitario e consumistico, tra icone pop, slogan, situazionismo, deragliamenti, tra reality e rovine. Ingresso libero.

An Degrida è tutto uno strappo spesso irruente. Non si esercita, ha il tiro di chi non conosce l'arte e non ne produce, non sa praticare la grafica e comunque non gli interessa. Funziona "quel che fa" e questo è tutto. Il groove è feticista, mercifica qualsiasi cosa da Cobain a Sasha Grey. Solo in un paio di lavori è stato sincero..ma qui la storia è lunga.
Il mercato ha vinto su tutti e su tutto. E questo va bene. Il mondo rappresentato nelle sue opere è un “prodotto” su un “prodotto”, sgranato, spixellato; è una rovina della vetrina sulla quale ci muoviamo.

An Degrida è nato sotto la NATO. Produce figure. Il suo modus operandi è l'Handmade Graphic-Art, che ancora non sa ben tadurre in italiano. In alcune opere rappresenta la merce producendo merce, in altre si apre sincero alla marginalità del reale, dove l’uomo resiste a se stesso.


mercoledì 10 aprile 2013

UN BLOG DI POESIA SU "L'UNITÀ"



Nasce "Fonti Coperte", blog di poesia (e altro) a firma di Davide Nota, ogni settimana sulla home page del sito de "L'Unità".

"Lettera a un giovane poeta in Italia" è il primo editoriale e può essere letto: qui

martedì 2 aprile 2013

BALLATA DEL FIGLIO DI JIMMY di CLAUDIO GILI + SWING THING - LIBRERIA PROSPERI/SPAZIO NOVADEA, ASCOLI PICENO

 
 
Titolo:  BALLATA DEL FIGLIO DI JIMMY
+ SWING THING

Autore: Claudio Gili
Relatore: Davide Nota
Musicisti: Swing Thing
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 6 aprile ore 18,00
Info: 0736.259888 – 329.1979667
 
libreriaprosperi@hotmail.it

Doppio evento sabato 6 aprile alle ore 18,00 presso lo Spazio NovaDea interno alla Libreria Prosperi di Ascoli Piceno. Sarà presentato il libro BALLATA DEL FIGLIO DI JIMMY, opera prima dello scrittore pesarese Claudio Gili, e a seguire concerto degli ascolani SWING THING, tra rimandi e rivisitazioni in chiave jazz della musica anni '40 e '50.
BALLATA DEL FIGLIO DI JIMMY è un romanzo di formazione, lirico, poetico, corale, vertiginoso nel suo continuo scivolamento di prospettive, nel suo ordito di voci narranti, di memorie e sguardi; l’autore ne parlerà assieme all’editore Davide Nota (Sigismundus Editrice).
 
Chi è Jimmy? Un convento di suore, due fratelli che non sanno di esserlo, una galleria di personaggi eccentrici e pittoreschi: vagabondi dal cuore d’oro, musicisti, affascinanti barwomen e gli arcani abitanti della notte metropolitana.
E una lettera misteriosa, che giunge dal passato e invita al viaggio, alla ricerca di un’origine che scivola sempre più in là, oltre il confine stabilito dell’orizzonte e del reale.
 
“Caro padre, madre cara. Vi scrivo da un luogo che non dirò. Anche il solo pronunciarlo gli donerebbe un'appartenenza. Qui invece, in un posto non più mio che non voglio imparare a conoscere, finalmente ho domato la voce.
Qui i paesi si somigliano tutti, le strade, la fretta statuaria che le percorre. Fuggito per guarire dal ragazzo che ero, comincio a pensare che la fine del viaggio non è altro che voi.” (Ballata del figlio di Jimmy, Sigismundus Editrice)
 
Durante la serata sarà inoltre possibile visitare la personale ASSALTO AL MORO. Il palio di Ascoli del fotografo Ignacio Maria Coccia, in esposizione fino al 27 aprile (lun-sab 9-13 e 16,30-20).
 
Claudio Gili è nato a Pesaro nel 1956 e lì si è fermato. Ha avuto, tra le altre, la fortuna di incontrare splendidi insegnanti di lettere. Delle sfortune preferisce tacere. Agli inizi degli anni '80 ha pubblicato poesie per Roberto Roversi e Gianni D'Elia. Ma questo risale alla notte dei tempi. Dopo anni vissuti a far altro, ha scritto il suo primo romanzo.
 
Swing Thing, formatisi nel 2010, sono Paolo Tassi (fonico e percussioni), Francesco Bagnara (chitarra)  e Marco De Angelis (chitarra). Si muovono con disinvoltura rivisitando e arrangiando in chiave jazz pezzi noti e meno noti della musica degli anni '40 e '50.

lunedì 18 marzo 2013

ASSALTO AL MORO - IGNACIO MARIA COCCIA - LIBRERIA PROSPERI/SPAZIO NOVADEA, ASCOLI PICENO




Titolo:  ASSALTO AL MORO. Il palio di Ascoli
Artista: Ignacio Maria Coccia
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 30 marzo ore 18,00
Periodo: 30 marzo – 27 aprile 2013
Info: 0736.259888 – 329.1979667
 libreriaprosperi@hotmail.it


Dopo il successo della personale dell'artista Davide Calvaresi, PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY, prosegue la stagione espositiva dello Spazio NovaDea interno alla Libreria Prosperi di Ascoli Piceno. Verrà inaugurata sabato 30 marzo alle ore 18,00 la mostra fotografica ASSALTO AL MORO. Il palio di Ascoli, personale di Ignacio Maria Coccia, che rimarrà aperta al pubblico fino al 27 aprile 2013 (Lun-Sab, 9-13 e 16,30-19,30). 
I lavori esposti sono tratti dagli scatti contenuti nell'omonimo libro realizzato nel 2012 dal fotografo insieme a Mauro Corinti, autore del video allegato, per Capponi Editore (www.capponieditore.it) di Ascoli Piceno, con testi di Guido Castelli e Bernardo Nardi. All’appuntamento sarà presente l'artista che illustrerà il suo lavoro e discorrerà con i presenti. Per l’occasione il libro potrà essere acquistato a un prezzo speciale. 

L’idea nasce dal desiderio di raccontare il fascino che si cela dietro la rievocazione storica della Quintana di Ascoli Piceno (Marche), un evento che ogni anno richiama migliaia di turisti e che ogni cittadino ascolano vive con passione e partecipazione. L’intento principale è quello di condurvi, accompagnati da immagini e video che esaltano la magia dell’evento, in quella parte di “vita quintanara” spesso sconosciuta ai più.

Ignacio Maria Coccia nato a Madrid nel 1974, frequenta nel 1998 l’istituto Europeo di Design di Roma. Nello stesso anno decide di dedicarsi al reportage sociale e tra il 1998 ed il 2000 realizza una serie di reportage nell’Est Europa, dove tornerà spesso.  Nel 2003 entra a far parte dell’agenzia Grazia Neri, storica agenzia Italiana, oggi non più esistente. Nel corso di questi ultimi anni è stato impegnato in alcuni importanti progetti all’estero  tra cui: Ucraina, Kosovo, Albania, Tunisia, Croazia ed Ungheria. IMC pubblica con continuità in importanti riviste Italiane: “IO Donna” del Corriere Della Sera, “IL” Magazine del Sole 24 ore, L’Espresso, Vanity Fair, Panorama, “SportWeek” della Gazzetta dello Sport.


lunedì 4 febbraio 2013

PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY - DAVIDE CALVARESI - SPAZIO NOVADEA/LIBRERIA PROSPERI, ASCOLI PICENO


Titolo:  PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY
Artista: Davide Calvaresi
A cura di: Ugo Mancini
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 16 febbraio ore 18.30
Periodo: 16 febbraio – 16 marzo 2013
Info: 0736.259888 – 329.1979667
libreriaprosperi@hotmail.it

Riparte la stagione espositiva dello Spazio NovaDea interno alla Libreria Prosperi di Ascoli Piceno, con quattro appuntamenti che, da febbraio a luglio 2013, si muoveranno tra fotografia, video, grafica, pittura e performance.
Il primo artista di questo nuovo ciclo sarà Davide Calvaresi, che presenterà il proprio lavoro nella personale PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY, a cura di Ugo Mancini, il 16 febbraio alle ore 18,30.
PLAY WITH A DISPLAY FOR A PLACE TO STAY documenta, attraverso una serie di immagini e una installazione video, il percorso di ricerca sulle possibilità di interazione tra corpo e immagine in movimento intrapreso dall'artista, per tentare di raccontare l'inadeguatezza e l'isolamento dell'uomo contemporaneo, che da dietro un monitor osserva e descrive il mondo.
Le opere esposte indagheranno media e linguaggi differenti, dall'elaborazione fotografica al video, e saranno introdotti da una performance dell’artista.

PLAY WITH A DISPLAY FOR  A PLACE TO STAY  è un gioco, un collage di immagini, un monito, un accadimento, un pensiero, una suggestione, una citazione, un insieme di segni, una proiezione.
PLAY WITH A DISPLAY FOR  A PLACE TO STAY non ha la  pretesa di dare delle risposte su cosa sia realtà o finzione, ma di insinuare dubbi sul mondo che abitiamo.
(dalla nota di Davide Calvaresi)

Davide Calvaresi (21 febbraio 1981) vince nel 2010 il Premio Nuove Sensibilità organizzato da Nuovo Teatro Nuovo e Teatro Pubblico Campano, insieme al Teatro Stabile delle Marche/Amat e alla Fondazione Teatro Piemonte Europa.
A febbraio 2011 è tra gli assistenti alla regia nell’allestimento del nuovo lavoro di Antonio Latella Don Giovanni, A cenar teco. Fa parte del collettivo artistico 7-8 chili con il quale cura la regia di Buio, Ossi di seppia e Replay, quest'ultimo finalista al Premio Equilibrio 2013 e presente all'8°Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Sempre con 7-8 chili produce lo spettacolo Piano ricevendo per quest'ultimo la menzione speciale al Premio nazionale Scenario Infanzia. Gestisce laboratori creativi rivolti a bambini e a ragazzi diversamente abili.

martedì 29 gennaio 2013

Recensione di Massimo Seriacopi su "Rom (uomo)"

LORIS FERRI, Rom (uomo). Ascoli Piceno, Sigismundus Editrice, 2012, pp. 120


Se Pasolini aveva preso spunto dalle ceneri di Gramsci per cantare l’epopea del nostro tempo, della nostra società, qui, come se venisse fruttuosamente sviluppata la sua lezione, da altre ceneri, da un altro senso dell’epica si prende lo spunto per cantare una tragedia epocale.
  Connessa anche, ma non solo, a sottesi avvenimenti storici a cui si fa riferimento, è un’intera mentalità (e un “blocco mentale” che fa diventare valida un’unica prospettiva e visuale diventa elemento di discussione), che viene dolorosamente ma coraggiosamente messa in versi; la tragedia epocale a cui si accennava comporta anche il modo in cui viene percepita e giudicata l’epopea di un popolo o di un insieme di persone disperse e perseguitate, non accettate (forse non accettabili, per popolazioni stanziali e con un’identità nazionale storicamente “certificata”?).
  Sono tredici brevi poemetti o capitoli (in quartine di versi di varia misura, spesso fuori da schemi metrici tradizionali, ma non privi di musicalità e vigore) a scandire l’evocazione (una sorta di “romanzo poetico”), la chiamata in causa di ciò che ha marchiato a fuoco e continua a lasciare cicatrici nelle terre balcaniche e nelle persone che le attraversano e le vivono; ma la testimonianza stessa dell’autore, che di questi elementi fa sostanza per la propria espressione poetica, inevitabilmente trasformano queste cicatrici ed esperienze di vita nelle sue e nelle nostre ferite, in straniamenti rispetto alle percorrenze di vita consuete, solidificate e rassicuranti, costringendo con delicato fervore a una riflessione mai banale, anche in virtù di una raffinata scelta linguistica che spesso introduce selezionati termini appartenenti a vari popoli ed etnie che da millenni forse migrano da Est verso Ovest, o da un punto cardinale all’altro, come se davvero viaggiassero per la sola ragione del viaggio in sé, non costretti dall’ordinata esistenza alla quale il mondo occidentale è invece così abituata.
  La trasposizione di uno degli eroi più antichi dell’epica occidentale, Ulisse, sembra essere la base per presentare l’io narrante di Havro (come si avverte nella Legenda, diminutivo del nome Havrah, che significa “Il viaggiatore”); la sua attuale odissea ci trasporta attraverso Il sogno, che è il titolo del primo capitolo e un’altra tematica letteraria ed esistenziale ricorrente; si tratta di un canto dolente su una terra dilaniata da abbandonare, che sembra cercare di allontanarci come se fossimo feti da abortire, ma che è anche intessuta di nostalgica dolcezza, nella sua povertà straziata e straziante: Qua ora, tra fango, fuoco e il canto/ di una zingara, dimoriamo sulla terra/ a contemplare un lungo vespro che risplende/ sotto un cielo slavo, terso, fra le tenebre/ su cui l’ansia degli affanni si è placata/ per elevare una dimora nel petto, che sorprende…// Lungo questa calda notte infinita e vana,/ nel cielo oscuro e incerto degli zingari/ e clandestini, questo caldo nido ci avvolge/ come una madre di stracci… (p. 11).
  Ripercorrendo le varie parti di cui si sostanzia poi l’opera, tra le quali spiccano (ma non isolate) Sulle sponde della Drava, Rapsodie zigane, Il viale dei ciliegi, si può notare uno sviluppo della tematica esistenziale che riafferma la necessità di riflessione sulla condizione umana: E voi uomini, così fedeli a voi stessi,/ ma noi, viandanti leggeri e piangenti,/ differenti ogni giorno che passa,// che a bocca aperta, nel destino profondo/ come una dalia nera, sulla terra di Slavia,/ agli occhi follemente si apre, a noi, Havro!,/ che con innocenza sogniamo il mondo,// e il mondo in noi esiste solo sognando”… (p. 47);
e particolarmente intensa risulta la rammemorazione dell’unione tra protagonista e controparte femminile:
Ci stringemmo come rami spogli, lasciando/ le nostre piccole trame irrisorie e nude/ alla luna, le palpebre affondando/ vive, nelle viscere abissali dell’anima;// e tutte le paure e le ansie di un viaggio/ solo nostro nella vita, i timori, i dubbi,/ ogni desiderio che sbatte alle porte del cranio,/ solcando le sponde di un’eterna passione,// i demoni del passato, ogni sentimento,/ tutto lasciato sulla soglia delle labbra di Marika…/ Quello fu il momento in cui divenni uomo,/ quello fu il momento in cui divenni “rom”… (p. 60).
  Sessanta croci nel vento, settima parte del romance in versi di Ferri, una delle più intense (e dolenti) dell’intera opera, prende invece come punto di partenza una lettera dello zio Lùkas, una figura sostitutiva di quella, poco valida, paterna, punto di riferimento per il giovane errante e denunciatore di una situazione disumana: Alle nere porte delle case bussando/ umilmente come gli apostoli della rovina,/ umilmente
e disperati avvinti, crollando/ sotto i colpi di un potere funebre, l’epoca// la libertà ha macinato come un seme/ di grano, l’elemosina macina la povertà,/ il dubbio e l’eterna paura; si è spenta/ la mandola dei rom, si è spenta, ora geme// persa nell’oblio […] l’elemosina è amara!, manca l’acqua/ eppure sulle carovane si elevano i ripetitori,/ l’elemosina è ora così dolcemente/ amara, il sacro a braccetto col profano […] (p. 63).
  Sangue sul sangue versato, Terre di confine, Il lato oscuro e Zingaresca sono tra i capitoli più incisivi (anche se l’opera va considerata, e apprezzata, nella sua consequenziale interezza) a segnare altre tappe del viaggio nel mondo e nell’uomo, per poi confluire ne La caduta degli Angeli, tredicesima e ultima sezione in cui, come dice il verso (meglio, l’emistichio) d’apertura, Lenta cigola la memoria, riporta al viaggio in cui si è “addensata l’ombra” sulla tomba della mia giovinezza, viene ricordato.
  Davvero la visione della sofferenza invecchia; non si capisce se perché ci fa più saggi, o solo più coscienti dell’insensatezza della guerra tra uomini, tra etnie, tra persone tutte ugualmente dilaniate dalla fatica di esistere, e di vivere davvero, che tanto più vantaggio trarrebbero dall’allearsi con un moto di solidarietà contro paure e difficoltà, come ben ricordava Leopardi nel suo testamento poetico.
  Altrimenti queste sono le conseguenze: Sotto funebri venti l’Europa tombale/ nel baratro precipita annaspando,/ sino al fondo di questa terra siderale,/ su cui nuovi e fragili segni balenano// di un’antica umanità piegata e sepolta/ sotto le macerie […] (p. 109).
  Come può una persona non sentire, a confronto con un’umanità piegata e sepolta sotto le macerie, che l’Europa nella quale abita ha un aspetto tombale, che la sua giovinezza stesa è sepolta sotto una tomba? È il senso di responsabilità che il poeta si assume, che lo impegna a gridare la denuncia dell’orrore che vede, a dare senso al suo canto dolente, ma non per questo meno robusto, con radici antiche e solide come quercia che in uno stesso terreno affonda e trae nutrimento, perché uomo, e agli altri uomini, a tutti gli altri uomini, è collegato, di se e degli altri soggetto responsabile e bisognoso di una Maturità che della solidarietà non può non sostanziarsi.
  [Massimo Seriacopi]