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mercoledì 22 dicembre 2010

LA GLORIA DEL FASCISMO

di Jonata Sabbioni


La gloria del fascismo
Rileggendo l’ ”Appunto 67” di Petrolio di Pier Palo Pasolini.

Ogni potere è fascista. Ogni potere è destinato alla gloria perché in esso c’è l’assoluta dominanza del passato. E del mistero: il “mistero dei padri” che ucidono i figli e li sopravvivono. “Il mistero della vita dei padri è nella loro esistenza”, scrive Pasolini. Una esistenza che è preclusa ai figli. E’ taciuta. Diventa essa un valore da accettare e da assorbire e da credere. Senza comprensione. Senza redenzione. L’esistenza si vive col corpo. Il nostro corpo vive per noi; ascolta e si nutre per noi. Il nostro corpo è il solo testimone. Se non viviamo col corpo noi non esistiamo. Dobbiamo vivere col nostro corpo per essere liberi. Dobbiamo sentire la sofferenza del corpo per liberarci. Se non viviamo col corpo non viviamo né siamo vissuti e non potremo essere liberi. Le cose astratte e spirituali, cioè reali, “si vivono solo attraverso il corpo”. Vissute fuori dal corpo o con un altro corpo non ci appartengono. E ne siamo dominati, ne diventiamo servi. Possiamo allora solo essere discepoli. E sofferenti in quanto mancanti. Mancanti di vita, di esperienza vitale, di sofferenza, di tragedia. “Ciò che è vissuto nel corpo dei padri, non può più essere vissuto nel nostro” scrive Pasolini. Il passato è un tempo infinito e reale. E spirituale. Ma non ci appartiene in quanto esperienza. Ne siamo solo discepoli. Non abbiamo vissuto col corpo il passato: ne siamo soltanto l’esito. Il nostro sacrificio è il passato. Noi assumiamo l’ordine dal ricordo e dalla celebrazione. Siamo noi a vedere il sangue sugli stipiti come il sangue dei tempi. Ma non è nostro quel sangue: non possiamo averlo versato: non siamo morti. Noi siamo vivi. Nel giorno che viviamo noi osserviamo le leggi che furono scritte dai padri. Dobbiamo confessare la nostra iniquità che è l’iniquità dei padri. I peccati per i quali anche noi ci siamo opposti, in vita, li abbiamo ricevuti dal paese dei padri. Allora il nostro cuore si umilia e si scatena la nostra colpa. La colpa carnale. Noi siamo costretti all’umilaizione della carne e a quella della colpa. Non possiamo costruire un’espiazione, una fuga dalla colpa del passato (del potere). Noi non possiamo costruire una salvezza. Poiché non abbiamo voluto e vissuto il luogo dei padri, né il tempo (il passato). Noi osserviamo gli statuti, i decreti, le leggi e il comando che i padri ci hanno prescritto. Li mettiamo in pratica sempre. Né possimo dimenticare l’alleanza con loro, coi padri. Ma noi temiamo i padri, ne abbiamo terrore. E li serviamo. Come loro hanno fatto coi loro padri. Ne vogliamo scrivere la storia per non allontanarci da essi, per ricordarli sempre. Noi siamo nulla senza i padri, senza la città in cui vollero fermarsi. Senza le terre che lavorarono, senza le epoche che bruciarono e i capri e i servi che vollero morti. Il mistero della “vita dei figli” è la prova della sofferenza. E’ la colpa e l’intenzione di uccidere i padri. E’ la rivoluzione. Esiste dunque una “continuità nel mistero (un corpo che vive la realtà)”. Il “senso di caducità”, il desiderio della morte, dell’esistenza stessa del mistero, rappresenta l’unica volontà di sopravvivenza dei padri nei figli e dei figli nei padri. Quando i padri hanno ucciso un giusto o quando lo hanno compreso e lo hanno amato, ci hanno tradito. Perché l’hanno fatto per noi, a posto nostro. Noi non lo volevamo. Noi non abbiamo generato nessuno. Siamo caduti dalle mani e dagli occhi dei padri e abbiamo giurato loro l’obbedienza. Gli abbiamo rubato il pane, li abbiamo chiamati “cani” ma abbiamo agito contro di noi, mai contro di loro. Che ancora esistono perché noi esistiamo. Non abbiamo mai restituito la testimonianza o il messaggio nostro. Non abbiamo mai detto. Perché il nostro messaggio (la rivoluzione) è solo nel futuro. E per natura il futuro è solo ideale, mai reale. Non è mai compiuto. E il mistero è “per eccellenza del passato: non solo del passato come esso ci appare nel presente (mistero dei padri), ma anche del passato come esso ci appare nel Futuro (mistero dei figli)”. La continuità della morte e del fallimento si identifica con la “contiunuità del passato” e del mistero dell’inappellabilità. I nostri padri hanno voluto e amato l’olocausto. Per salvarsi l’hanno amato. Per offrirsi alla danza dei loro padri, loro hanno invocato olocausti e commesso delitti e sacrifici di comunione. Noi pure li abbiamo amati i loro deliti. Noi abbiamo coperto i loro crimini e li abbiamo fatti i nostri crimini. Noi abbiamo liberato i capi dei loro eserciti e se li abbiamo uccisi lo abbiamo fatto su loro ordine. Abbiamo ascoltato le suppliche dei padri e le preghiere. Li abbiamo ascoltati e abbiamo asciugato le loro lacrime. Abbiamo bevuto il loro sangue e giurato nei loro templi. Abbiamo abitato le loro case e letto le loro parole e ci siamo rimessi ai loro cuori. Abbiamo mantenuto le loro promesse e gli abbiamo camminato davanti. Abbiamo peccato contro i fratelli, abbiamo sputato sul giusto e lo abbiamo ucciso facendogli cadere sul capo la nostra colpa. Abbiamo dichiarato assassino l’innocente rendendogli l’offesa per la sua innocenza. Abbiamo bramato il potere e abbracciato il fascismo. Abbiamo amato i padri e il potere dei padri. Abbiamo amato il fascismo, cioò l’esistenza stessa dei padri; i loro atti sono diventati la nostra fama. Abbiamo difeso il potere e il passato. E l’esistenza dei padri. Noi abbiamo ancora bisogno della vita dei padri, della loro storia. Che è la nostra vita e la nostra storia. E’ la nostra terra. E’ l’acqua dei nostri pozzi. Noi saremo servi per sempre. Cresciuti nella schiavitù dei padri, “saremmo presi da un’angoscia intollerabile” se non sapessimo riconoscere la nostra esistenza e il nostro potere nell’esistenza e nel potere dei padri. Alla morte dei padri ci seppelliremo con loro. Noi, padri di nuovi figli, cadeveri da vivi. Sepolti nell’altare del potere (del fascismo). Il potere (il fascismo) giura al popolo il regno “irrazionale” del “Mistero”. “Anche quando non lo vogliamo, il passato determina le forme di vita che immaginiamo o progettiamo per il futuro”. Se noi erigiamo con le pietre un altare al passato e al potere noi conteniamo già in un sacrario il futuro. L’acqua scorre verso quell’altare e inatno lo assorbe e lo traforma in passato. “il potere è l’ideologia dei potenti”. E dei padri: nessun fuoco può consumare l’olocausto o asciugare l’acqua. Ecco, un esercito circonda noi e la città: noi aspettiamo, come servi, che un cristo ci mostri la nostra salvezza. Ma non avverrà. Non avverrà la rivoluzione. Noi siamo “impotenti”. Siamo vittime di una terra liberata del futuro. Siamo il sangue dei padri e dei nostri figli. Noi siamo i figli del re che pose le teste dei giusti nei panieri; noi siamo i figli precipitati dalle montagne della libertà. Siamo i sepolti dall’inganno e dalla gloria del fascismo. Il padre, il potente, vuole “stabilizzare il passato”. Lo può fare perché lo possiede. Possiede il tempo in cui vive. Perchè vive nel corpo e nel rimorso della morte. Noi siamo i figli di quella morte; che abbiamo amato quando mettevamo le mani sui nostri nemici e su quelli dei padri. Abbiamo versato sangue “precario nel pensiero della vittima che vuole distruggere il passato”. Noi siamo fascisti perché sterminiamo il futuro. La sciagura di questo luogo sono le parole attuate del passato. Le parole violente. le parole contro questo luogo e contro i suoi figli. Noi non siamo ambigui: vogliamo il potere perché amiamo i padri e le loro parole. Noi riferiamo le parole dei padri ai nostri figli, le tramandiamo a loro. E li uccidiamo. I nostri figli sono però ambigui: loro vogliono prendere le ossa dai sepolcri e bruciarle sull’altare. Vogliono profanare le parole dei padri. Loro vogliono creare un futuro, “un domani incerto”. I nostri figli sono pazzi e fuggono nel torrente e piangono e ci abbandonano. I nostri figli uccidono i padri. Loro piangono perché rinunciano alla vita, la sola vita possibile: quella del potere (del fascismo) perpetrato e trasmesso, continuato e disposto alla giusta causa. Vi brucerà l’olocausto e l’offerta del sangue se sceglierete “una vita da vittima”. Le azioni di chi si allontana dal peccato del potere (del fascismo) avvengono nella distruzione della libertà.

Jonata Sabbioni

mercoledì 4 febbraio 2009

ANDREA PONSO SUL CASO ENGLARO

Andrea Ponso, poeta e filosofo, studioso di teologia, pubblica sul proprio spazio Facebook un intervento a proposito del dibattito recente sul caso Englaro, che qui ripropongo.
Aggiungo, in calce, un estratto da un intervento del 1974 di Pier Paolo Pasolini dal titolo "La Chiesa, i peni e le vagine", ora in "Scritti corsari".

Buone riflessioni,
Davide Nota

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ACCETTARE IL VIVENTE, ACCETTARE IL MORENTE?

Accettare il vivente, la sua incarnazione: significa naturalmente accettare anche la morte e la finitezza. È quindi anche l’accettazione di una forma, di una forma-di-vita di contro alla nuda vita. Niente è politicamente più attuale: niente è più sepolto e tumulato dalla pletora di risposte fornite senza risparmio alcuno dall’attualità, che con l’attuale, in verità, non ha niente a che spartire. Ma, allora, si deve porre seriamente anche la problematica dell’accettazione non solo del vivente, ma anche di quella figura che negli ultimi anni si presenta, naturalmente inestricabilmente legata a quella del vivente, con sempre nuove denominazioni e delimitazioni, vale a dire quella del “morente”. Puntualmente ci si ripropone questo nodo apparentemente inestricabile, anche in questi giorni, dopo il vergognoso caso di Piergiorgio Welby - vergognoso per chi si ritiene cattolico e cristiano, ma anche per gli altri, per una strumentalizzazione mediatica priva di tatto e incapace di declinarne la complessità - con la stessa urgenza che si declina senza soluzione di continuità in un profluvio di risposte e di troppo semplicistiche prese di posizione. Posizioni che sono immobili, date, quindi già di per sé morte - di contro alla complessità di eventi che meriterebbero ben altro rilievo e che dovrebbero essere al centro di una politica della vita e non di una politica sulla vita: un centro che si è perso, una mediazione che non abita più le stanze dei parlamenti e dei giornali e che si gioca quindi pericolosamente altrove, visto che l’attuale sistema politico non può nemmeno più essere considerato della rappresentanza ma piuttosto di una nefasta rappresentazione del potere stesso, della sua autoreferenzialità, del suo rispecchiamento, della sua auto-fondazione assolutamente priva di rapporti con l’esistente se non in termini, appunto, di gestione del vivente e di potere sulla vita.Morte e vita si ricongiungono? In quali modalità? Se la morte si ricongiunge alla vita solo per renderla “uccidibile e insacrificabile”, come nella figura giuridica romana del bando sovrano, allora quello che ne rimane è una nuda vita, staccata dalle sue forme, dalle sue potenze/potenzialità. E in questo caso, qualsiasi tipo di “difesa” risulta sospetta, anche quella proposta dalla chiesa che pericolosamente le si avvicina, quando invece la figura incarnata di Cristo potrebbe appunto essere letta come il tentativo di unione di nuda vita e forme-di-vita, di creaturalità e potenza/possibilità, proprio a partire dallo scandalo della croce, dove il potere scatena la sua forza giuridica (di giudizio) e linearizzante pretendendo che quel corpo inchiodato sia solamente nuda biologia. “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà”. Come ci si pone davanti a questo problema? Con quali strumenti e soprattutto con quale consapevolezza? Riusciamo davvero nell’inaudita impresa di vedere attaccato alla macchina e al respiratore artificiale il corpo scandaloso di Cristo? Lo “vorremmo ancora in vita”? Ne vorremmo disporre? Giustamente Chauvet ha scritto che “chi fa morire la mancanza di Cristo rifà di lui un cadavere”, cioè un oggetto disponibile, in nostro potere: cosa che può succedere anche con l’uomo.Mi pare che nelle recenti vicende che rendono palesi tali problematiche, e nascosto nelle strumentalizzazioni e nelle lunghe discussioni, spesso sterili, si nasconda qualcosa di centrale e poco indagato. La difesa della vita, da parte della chiesa e di certo mondo politico, non è forse, in questo caso, un palese rifiuto della morte in quanto parte fondamentale e irrinunciabile della vita? Non si applica anche in questo caso una esclusione di tipo immunitario del non-vivente dai caratteri pericolosamente tanatopolitici? O, ancora, non si riduce la morte al recinto impoverito della nuda vita? Se la vita è in mano a Dio, l’accanimento terapeutico non rischia sempre di diventare un rifiuto o una distorsione politicamente orientata della creaturalità e di quella finitezza che proprio il Creatore ci ha donato con la nascita e che siamo tenuti a rispettare e ad amare in quanto tale? È qui che si dovrebbe inserire la riflessione: una riflessione che non può non partire da una analisi, stringente e per niente inattuale, sulla tecnica. È la tecnica, la cura, che si sostituisce a Dio? non ci siamo già posti contro il Divino nel momento in cui vogliamo a tutti i costi “mantenere in vita”, disporre del vivente? Il dono della vita, credo, ci obbliga, attraverso il suo munus, anche nei confronti della morte e della finitezza, ma ci obbliga in una maniera e in un rapporto forse ancora impensati. Non si tratta di rifiutare la tecnica, si tratta piuttosto di leggerne la complessità ricongiungendola al sistema della vita e delle sue forme: essa stessa, infatti, fa parte di queste forme. Accettare un dono, mi pare, è anche questo, e non lo sappiamo più fare. Non si tratta di un rifiuto del dolore, di un rifiuto del dono della vita o delle nuove possibilità offerte dalla scienza. Forse, in casi come questo, è proprio il contrario.Le troppe risposte sono perfettamente funzionali ad un mondo che ha perso ogni capacità di ripensare i fondamenti (anche e soprattutto quelli della tecnica), che ha dimenticato che il pensiero è una pratica e non la costruzione di una ideologia o di un insieme morale di leggi, ad un mondo che ha fatto della verità e di Dio cose non più essenziali ma essenzialiste, sia in chi crede che in chi non crede. Ci sono troppe risposte, non troppe domande. E le troppe risposte sono sempre anche un modo per fare zittire la domanda, per bloccare la pratica del suo interrogativo, per scongiurare la presenza vivente che ci sta davanti, per troncare ogni rapporto, per non ascoltare la presenza concreta e incarnata che ci interroga.

Andrea Ponso

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[...] Ed ecco l'orrore. La Carità, che è il più alto dei sentimenti evangelici, e l'unico autonomo (si può dare Carità senza Fede e Speranza: ma senza Carità, Fede e Speranza possono essere anche mostruose), viene qui degradata a pura misura pragmatica, di un qualunquismo e di un cinismo addirittura scandalosi. La Carità pare non servire a niente altro che a scoprire gli uomini nella loro più squallida e atroce nudità di creature: senza né perdonarli né capirli, dopo averli così crudelmente scoperti. Il pessimismo verso l'uomo terreno è troppo totale per consentire l'empito del perdono e della comprensione. Esso getta un'indistinta luce plumbea su tutto. E non vedo niente di meno religioso, anzi, di più ripugnante, di questo.

Pier Paolo Pasolini