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giovedì 2 luglio 2009

SULL'AUTOMA



SULL’AUTOMA

Appunti a margine del lavoro di Carlo Sini
L'uomo, la macchina, l'automa
Torino 2009
pp. 124
euro 14




Il movimento, il segnale e il segno



Carlo Sini è tra i più importanti e decisivi pensatori contemporanei. Attentissimo, nella mole immane della sua ricerca a focalizzare il pensiero su argomenti tanto problematici quanto ficcanti del contemporaneo. E la sua ultima pubblicazione, da questo punto di vista, non smentisce la regola.

È infatti uscito quest’anno, per Bollati Boringhieri, un suo volume, L’uomo, la macchina, l’automa: dal sottotitolo, “lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto”. Un libro importante, tanto per i temi trattati che per la sconcertante capacità si sintesi dello stesso Sini, nello scrivere una panoramica di un argomento che è la vertigine e la dannazione della società attuale post-fordista: l’automazione, la tecnologia, nel suo senso più originario e nella sua deriva giornaliera.

Scrive Carlo Sini, nel primo capitolo del libro: ‹‹in principio è il movimento, si potrebbe dire, ovvero ciò che fa differenza. Qualcosa si muove e muove qualcos’altro, e così via. È indifferente che quel qualcosa che si muove tu lo chiami Dio, materia, evoluzione ecc. È indifferente che si tratti della mano dell’uomo o del suo piede o ancora della sua cosiddetta volontà; è lo stesso che si tratti dell’acqua del torrente, del vento nella vallata o della ruota dei mulini, quei mulini che da lontano sembrano giganti che agitano le braccia. Indifferente è la qualità del principio, se il principio è il movimento, la sua azione; infatti tutto ciò che ne puoi dire e pensare viene dopo e per sua diretta conseguenza. In principio è l’azione ed è in virtù di questa azione che poi la si qualificherà, per esempio nella differenza del nome. Nel qualificare, l’azione è già in azione, in una sua figura, differenza o conseguenza in atto››.

Dal movimento poi scocca come “automatica” una proiezione retroflessa su ciò che tale energia “investe”. E qui il discorso di Sini inizia a farsi suggestivo, coinvolgente. Perché si passa dal movimento alla protesi. In maniera spiazzante.

Che cos’è difatti la “protesi”? La parola, nel suo essere polisemico, rimanda a due verbi greci, protithemi (mettere innanzi, presento, espongo, assegno) e prostithemi (pongo appresso, accosto, aggiungo, convengo, aderisco). E da qui in poi Sini svela la doppiezza del corpo…

Anzitutto nel senso che la sua azione piega il mondo ai suoi fini. Viene dal mondo, è mondo, ma anche usa il mondo […]. Ma, per altro verso, nell’agire il corpo discrimina l’azione del mezzo: è così che il corpo si fa doppio. Discrimina l’azione del mezzo, ma anche, proprio distinguendoli, in certo modo li unifica. Agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima. È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione.
[…] Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una ‹‹protesi››.


Giocoforza, ora, non si può non avere la “tentazione” di intersecare le riflessioni siniane sul tema, a alcune logiche “variazioni”. E lo spunto ce lo da l’antropologia, a proposito delle tecniche del corpo, voce tra le più importanti nel panorama della “grammatica” e delle “patografie” del corpo umano.

Il CORPO, sosteneva Mauss (1936), è il primo e più naturale degli utensili umani. A partire da questa considerazione egli dava avvio allo studio del carattere culturalmente determinato e socialmente appreso dei movimenti (nuoto, marcia ecc.) e delle posture corporee, sottolineandole sia l’intrinseca variabilità etnografica, sia l’evolversi nel corso del CICLO DI VITA individuale.
Le tecniche del corpo possono essere qualificate con due attributi: “tradizionali” ed “efficaci”. E, inoltre, i movimenti possono comunicare significati (COMUNICAZIONE, SIGNIFICATO) senza che siano presenti quelle funzioni di codificazione e simbolizzazione che precedono il LINGUAGGIO e per comprenderli non è sufficiente sapere di che cosa costituiscono il SEGNO. Spesso essi dicono più delle parole, e nel contesto del RITUALE permettono di trascendere le distinzioni che dominano nella vita quotidiana. Bourdieu (1977) individua una stretta relazione fra l’ordine produttivo, tecnico e sociale e le posture corporee. Si assiste infatti a una sorta di somatizzazione della CULTURA, grazie alla quale le fondamentali opposizioni da cui essa risulta costituita vengono affidate in forma abbreviata alla MEMORIA dei corpi.


Come legge invece Sini la triangolazione “corpo”, “segno”, “memoria”? Certamente, da un punto di vista, semiologico, memore della lezione "praticata" di C. S. Peirce, che vede il ruolo fondamentale come medio aristotelico del segno stesso. Difatti, ‹‹il segnale non significa; il segnale soltanto sostituisce senza ‹‹rappresentare››. Per esempio, il ringhio di un cane segnala a un altro cane la sua ostilità. Il secondo cane, diceva George Herbert Mead, non è per questo in grado di pensare ‹‹quel cane mi è ostile››; il secondo cane prende il ringhio semplicemente come un segnale che lo induce a una reazione di paura e di fuga; oppure a una reazione aggressiva. C’è un accomodamento reciproco nell’azione dei due cani (aggredire, fuggire, inseguire ecc.), ma nessuna ‹‹comprensione›› di ‹‹significati››. Il segno invece veicola significati che suscitano abiti di risposta ‹‹comprensivi›› (non solo agisco, ma ‹‹so›› cosa tu intendi e cosa io faccio rispondendo). Ma che cos’è un ‹‹significato››? Utilizziamo in proposito la soluzione proposta da Peirce (l’unica a mio avviso davvero convincente): significato è ciò che caratterizza l’ ‹‹abito di risposta››, inteso come ‹‹ciò che si è pronti a fare in comune››. […] La definizione poggia su quell’ ‹‹in comune›› (ciò che si è pronti a fare in comune). Ora, anche la macchina è ‹‹pronta a fare››; a suo modo è dotata di abiti di risposta; al suono toc apre lo sportello di destra e fa cadere un numero pari di biglie ecc. Non ha però modo né di spiegare né di spiegarsi che cosa fa, non può renderne conto né rendersene conto, non può dire: ‹‹ma perché sono pari…››. Che lo fa è tutto; non può però aggiungerne la ragione: perché sono pari, appunto››.

Sini a questo punto è chiaro, stabilendo che sia solo il segno ha implicare una “comunità linguistica” (il segno, non una lingua, qualsiasi lingua – concetto più vago di quel che possa sembrare, se dissociato dai rispettivi fenomeni etnici e storici). Il gesto perciò, essendo dello statuto del “segnale”; indica. Mentre il segno significa. E da questo aspetto pare allora chiaro come sia una immagine, che una parola, possono essere nello statuto del segno in quanto, seppur nelle diverse loro modalità, sono significanti.

In una comunità linguistica si è pronti a fare qualcosa in comune in base a risposte retroflesse, cioè in base a risposte che hanno come referente lo stesso locutore (il quale proprio per questo è un locutore, vale a dire che egli è in grado di dire contemporaneamente a se stesso ciò che significa agli altri). La condivisione del fare è accompagnata da una condivisione del sapere (ciò che si fa). È in tal modo che le risposte frequentano significati, hanno significato, sono significative. Possono infatti spiegarsi, dar conto, dire perché.

E, aggiungiamo noi con umiltà, possono “lavorare” sulla piega, sul ri-piegamento, sul dis-piegamento del senso. E dei sensi.

Gianluca Pulsoni

giovedì 23 aprile 2009

FRANCO VOLPI, IN MEMORIAM

Riportiamo qui un articolo apparso su Il Giornale di Vicenza (http://www.ilgiornaledivicenza.it/) del 16 Aprile 2009. Più che un articolo, un ricordo. Una memoria di Franco Volpi: scritta a caldo, dopo la triste notizia della sua morte.
La firma di questo ricordo vivo e penetrante, di Volpi come persona, intellettuale e filosofo, è quella di un altro filosofo, suo sodale e amico: Alfonso Cariolato. Che qui ringraziamo calorosamente per la segnalazione del pezzo e il regalo che ci fa nel far condividere, a più persone possibili, le sue parole.

G. P.



© Indira Restrepo

Non so se riuscirò mai a credere veramente che Franco Volpi non c’è più. Tutto in lui testimoniava per la vita; non solo la sua profonda intelligenza, ma prima ancora i gesti, lo sguardo, l’ammiccare dei suoi occhi. Entrava in una stanza e qualcosa accadeva. Non si poteva rimanere indifferenti, neanche a volerlo. Franco parlava, e ci si sentiva spinti a prendere la parola come per effetto di un’amicale ingiunzione: “Parla anche tu!”, “Parliamo!”. La parola condivisa – anche la più innocua – operava così una sorta di equilibrio, di bilanciamento, di fragile cucitura. Certo provvisoria, parziale, ma mai indifferente. Franco Volpi aveva una straordinaria familiarità con la parola. Era sorprendente sentirlo parlare nelle diverse lingue che conosceva, perché ogni volta sembrava egli stesso catturato dalla peculiarità del suono, del ritmo, della cadenza di ciascuna lingua. Parlare, si sa, è anche sempre essere parlati; il linguaggio si fa incontro dappertutto, come scrive Heidegger, e noi non ne siamo solo attraversati, ma – ben di più – anticipati, spinti fuori di noi, aperti irrimediabilmente al mondo. Questa sensibilità nei confronti della parola ha guidato tutti i lavori di Volpi, e costituisce forse la cifra caratteristica della sua opera, dalle traduzioni mirabilmente puntuali soprattutto, ma non solo, di fondamentali testi heideggeriani (da Segnavia ai Contributi alla filosofia, passando per il Nietzsche), agli imprescindibili studi sulla presenza di Aristotele in Heidegger, e ancora al lavoro sul nichilismo, fino alle edizioni di Schopenhauer e Carl Schmitt. Per Volpi la parola è logos, e dunque espressione del pensiero, ma anche sonorità vocale, risonanza, insomma ciò che prima della filosofia si designava con il termine epos o, per meglio dire, quello che ne rimane nell’epoca del disincanto. In lui la parola dei filosofi manteneva una sorta di fascinazione, per questo le sue lezioni all’università o altrove colpivano immancabilmente l’ascoltatore: accanto alla precisione e all’esattezza davvero uniche si percepiva un respiro più ampio, e un’ammirazione non solo per ciò che diceva il pensatore preso in esame, ma soprattutto per come lo diceva.
La stessa affinità con la parola, lo rendeva pronto a percepire anche il rischio che ad essa sempre si accompagna: il suo dilatarsi smisurato, lo scadere a non senso. Ma è esattamente qui che si misura la finitezza, e in questo spazio ci si deve muovere: sul sottile crinale tra il farsi del senso e l’insensatezza. E la filosofia non può essere altro che un sapere finito. Così la storia della filosofia che Franco Volpi ci ha insegnato – anche attraverso il Großes Werklexikon der Philosophie da lui curato, di cui esiste anche un’edizione spagnola in tre volumi –, assumeva una tonalità particolare. Lasciato da parte ogni storicismo (che non fosse, forse, quello ontologico di derivazione heideggeriana), restava appunto la storia che il nichilismo aveva eroso nella sua pretesa di totalità, ma che pur tuttavia permaneva come un insieme sterminato di autori, di pensieri, di questioni che, nell’assoluta precarietà dell’esistere, manteneva forse l’ultima singolare apparenza di compiutezza. Naturalmente, solo di apparenza si tratta. E Volpi lo sapeva bene. E tuttavia, come diceva lo scrittore e pensatore colombiano che aveva riscoperto e che negli ultimi tempi sentiva assai vicino, Nicolás Gómez Dávila, il lavoro dello storico della filosofia può condurre a riscoprire quelle ombre tenui che seducono in modo inconfondibile e puro attraverso il tempo. Vi era qualcosa di kantiano nel modo di affrontare la storia della filosofia da parte di Volpi: la storia è un’illusione, ma un’illusione feconda, e d’altra parte “il pensiero” è un’attività “così gratificante da farci dimenticare la stessa mediocrità dei nostri pensieri”. Così scrive Volpi nella prefazione ad un testo di Gómez Dávila uscito per Adelphi nel 2007, intitolato Tra poche parole. Di questo breve saggio disse un giorno, rispondendo con un sorriso a una domanda di una studentessa, che conteneva, in filigrana, la sua filosofia. In effetti, sul filo del commento al testo gomezdaviliano, sfilano i concetti chiave su cui insisterà tutto il lavoro di Volpi: la vertigine del pensiero, la priorità della filosofia pratica (e Franco – lo dico incidentalmente, ma non smetterò di essergli grato per questo – incitava sempre, tutti, a fare, a scrivere, a tradurre…), la centralità della vita vissuta, il rapporto tra la carne, la vita e l’esercizio dell’intelligenza in un mondo dove ormai ogni trascendenza appare depotenziata e inerte. E questo Volpi l’ha sempre cercato nel confronto con una miriade impressionante di autori – sembrava aver letto tutto, sapere tutto. Non è un’iperbole, ma semplicemente quello che tutti noi sentivamo ascoltandolo. Perché questo era il suo modo di intendere la storia della filosofia: dare voci alle voci, isolare nel rumore bianco della storia la singolarità di un pensiero, di una parola proferita, di un gesto filosofico. E fra tutte quelle voci che rifluivano in ogni nostra discussione come onde chiare di un mare oscuro senza sponde né direzioni predefinite, io ne sentivo risuonare un’altra, ogni volta più forte, ogni volta più chiara. La tua, Franco.

Alfonso Cariolato
(da Il Giornale di Vicenza, 16 aprile 2009)

lunedì 23 marzo 2009

L'ARCIPELAGO DEL CORPO (link a una conversazione)

Segnalo una bellissima conversazione di Alessandra Pigliaru, infaticabile sismografa del reale in tutte le sue forme, con la filosofa Michela Marzano, ricercatrice presso il CNRS di Parigi e insegnante in Francia di filosofia sociale ed etica.
La conversazione è apparsa su VDBD n° 3.

G. P.

http://nuke.viadellebelledonne.it/NUMEROTRE/STRETTOIE/AlessandraPigliaruLarcipelagodelcorpo/tabid/186/Default.aspx

martedì 27 gennaio 2009

VOCI (FUORI) DAL CHORUS





La letteratura è sempre qualcos’altro. È la linea d’ombra per eccellenza: secolarizzata, sclerotizzata, inviluppata nei meandri del senso, richiama tuttavia ad un suo fuori, ad un suo eccesso classicamente interno. Richiama nel suo voler essere dura e pura, innocente e cristallina, tutti i paradossi e le cesure della poesia, ovvero di quella categoria dell’esistente tanto aleatoria quanto divinatoria. Illuminante. Bruciante. Senza teorici e pratici orpelli.

Seguendo allora questa spinta si segnalano, dallo straordinario volume di lavoro della rivista Chorus, una costellazione, tre uscite trasversali, e tuttavia tangenti per molti aspetti al lavoro editoriale e culturale del progetto: Celia Misteriosa, in due variazioni e La convocazione.

Celia Misteriosa è un libro “segreto”, versi e incisi a firma di Federico Nicolao, diviso in due: una versione in lingua italiana, con i disegni di Laura Erber, scrittrice, film-maker e performer brasiliana (
http://lauraerber.googlepages.com/lauraerber) e una versione in francese con i disegni dell’artista Koo Jeong-A; e in ogni caso disegni sempre stupendi nella loro stilizzata reverîe d’infanzia, tra pietrisco, meduse e figure proto-marine le immagini delle Erber e in un mix di delicatezza del tatto e studio micro-figurativo le immagini di Koo Jeong-A.
Ma veniamo allora al vento di parole.
Laddove il verso si fa senso, tutto il resto è nulla. Il mare aperto, la marea, una nuova acqua. Così allora si plasma nelle parole la “celia” del titolo: un invito a mantenere vivo l’alone del mistero, il non detto, la velatura continua sulla luce, sulla materia, sui corpi, sui colori, sugli odori. Tutto, come se si parlasse ad un interlocutore immaginario, un “tu” intimo, rigorosamente poetico ma tanto da essere un anacronismo per il tono che assume, rispetto all’oggi: tanto da far supporre che questo vuoto quotidiano sarà ricamo solo in un avvenire dove si saprà godere delle proprie mancanze.

La convocazione è invece un libro a più firme: Federico Ferrari, Tomas Maia e Federico Nicolao. Un testo in originale apparso nel numero 15 della rivista Les cahiers intempestifs, (dicembre 2002), pubblicata a Saint-Etienne, disponibile sul sito
http://www.cahiers-intempestifs.com.
Come scrivono gli autori, questo testo nasce come una specie di eco a un articolo di Jean-Luc Nancy, inizialmente pubblicato dal quotidiano Libération dal titolo La voix qui a manqué: ma, come ancora sottolineano Ferrari, Maia e Nicolao, questo testo è solo una risposta provvisoria alla questione della “politica”: ‹‹permanendo la base di un progetto di libro che si concretizzerà nei prossimi anni››.
Ciò nonostante, è ora un libro: un atto, un augurio. O meglio, nietzschianamente, una volontà e una promessa. In uno stile e una scrittura squisitamente e classicamente, oramai, nella più piena tradizione della moderna stilistica filosofica, le voci che qui parlano si riuniscono nella medesima parola comune: convocazione. Convocazione come parola dell’avvenire della politica e della politica dell’avvenire.
Ma a loro la scena della pagina…

La “convocazione” è il nome risolutamente areligioso del politico. Poiché quel che nomina è il concatenarsi transitorio e transitivo della praxis politica: si convoca – ed è, per definizione stessa dell’atto di convocare, sempre in maniera imperativa – un’assemblea, un comitato, un consiglio, un gruppo per tal luogo e tale data. Ora il potere di quel che si convoca non deve sussistere al di là dello spazio-tempo che segnala il punto di convocazione. La democrazia è questo potere puntuale che si esercita e con lo stesso movimento si disfa. L’esercizio della democrazia è scandito dalla convocazione.

Per le informazioni sui libri in questione, e sul lavoro della rivista-laboratorio Chorus, una costellazione, ecco i due indirizzi web di riferimento:
www.chorusday.com e info@nicolao.org

Gianluca Pulsoni