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mercoledì 1 giugno 2016

LE PORTE DEL VILLAGGIO

In uno scritto del 2012 dedicato all’esperienza del gruppo di poesia e realtà “La Gru” scrissi a proposito di Stefano Sanchini: «Ancor più decisamente ostile all’idea di una poesia come linguaggio riservato a una ristretta comunità di interesse specialistico è l’esperienza virulenta di Stefano Sanchini, autore la cui personalità poetica esonda con frequente violenza nel tentativo di invadere il territorio circostante.
Distinguere la scrittura di Sanchini dal suo timbro vocale o dalla sua presenza biografica nel mondo è impossibile per chiunque abbia avuto occasione di conoscerlo e ascoltarlo.
Il poeta laureato in filosofia e autista di autobus a Pesaro, dove vive in una sorta di comune rurale di sua proprietà assieme ad alcuni amici, è già negli anni divenuta una piccola leggenda territoriale a causa di questa sua sorta di incosciente e francescana, ebbra, invadenza con cui improvvisa recitativi di poesia e lezioni di estetica alle ore più improprie del giorno o della notte e nei confronti dei più improbabili auditori occasionali.
La poesia è per Sanchini un atto di amore e di guerra, sanguigno e indomabile, è il suo sangue alla testa, e in tale dimensione tragica (ed eroica, anche) egli ha piantato l’albero verdeggiante della propria esistenza.
La sua avventura di parola (e il suo destino, forse, lavorativo e esistenziale) ha inizio con un viaggio, e non è un caso che il suo primo libro di poesia, un bellissimo canzoniere lirico pubblicato per Fara nel 2008, abbia per titolo Interrail come il nome della tariffa che Trenitalia ha predisposto negli anni Novanta e Duemila per percorsi a basso costo verso le principali località europee.
Il viaggio in Europa che Sanchini ci tramanda è l’occasione di un incontro, corpo a corpo, con la terra di una vasta tradizione culturale (si pensi solo alla lirica dedicata a Francoforte, sede della nota Scuola filosofica neoumanista e marxiana) incisa e corrosa dai segni plumbei di una storia presente che scandisce immagini di guerra per via radiotelevisiva e consumismo dilagante per strade e piazze animate da popolazioni massificate e frantumate in solitudini separate e incomunicabili, impermeabili all’incontro.
La delusione di tale viaggio originario, che narrativamente si rivela nel rifiuto emblematico del poeta nei confronti dell’ipocrisia del gruppo a cui s’accompagna (“ma l’amicizia non è salutarsi”), è la presa d’atto di un arido vero globale e la rinuncia, quindi, a trovare in un “altrove” proiettato esternamente al proprio habitat residenziale una forma ideale di patria disattesa. Inizia per Sanchini, che nel frattempo ha trovato lavoro a Pesaro, la costruzione filosofica e rituale, religiosa, della propria “casa”, sopra le zolle imbevute di vino e di canto della campagna marchigiana.
Qui egli scrive forse il capitolo più importante della sua presente bibliografia, un monologo in versi dal titolo Via del Carnocchio, distribuito nel 2009 in fotocopie rilegate in occasione delle ripetute esecuzioni orali svolte per locali e case private e infine pubblicato nel 2010 per le edizioni Thauma dell’amico Serse Cardellini. La via del Carnocchio è l’antico nome della strada campestre in cui il poeta abita, tra Pesaro e Fano, trasfigurata nel poemetto in crocevia archetipico e pagano ove si incontrano, a tarda notte, le dee Inerzia, Bellezza, Fede e Morte, in dialogo con il Poeta sulla vita dell’uomo, la storia presente e il mistero dell’ignoto e dell’oltre-vita.
Una religiosità non astratta ma incarnata anche moralisticamente nella carne storica dell’autore che giudica e commenta il presente, bestemmiandolo o adorandolo come un amante ai piedi della propria amata, in lacrime. Ciò comporta, formalmente, la scelta stilistica del poema orale, vale cioè a dire di un drama finalizzato all’esecuzione, e il conseguente abbassamento del controllo metrico per una prosodia fondata sull’accentazione, sulla rigogliosa trama di assonanze interne e sulle soluzioni più irregolari di necessità oratoria (le pause, i silenzi, le variazioni di velocità).
È raro, io credo, partecipare a un reading di poesia al giorno d’oggi, in Italia, in cui dal pubblico si sollevino voci concordi o discordi con l’autore, che interrompe la lettura per tuffarsi in qualche animata discussione politica o di carattere biografico ed esistenziale per poi riprendere l’ordito poetico lì dove era stato interrotto: come se questa continua ingerenza della poesia nella realtà e della realtà nella rappresentazione scenica sia la vera e grande soluzione estetica che egli, oggi, ci propone e dona.».

Ci separano da queste parole quattro anni. Nel frattempo il poema della Via del Carnocchio si è sviluppato in trittico, componendosi di un capitolo centrale lirico, La casa del filo di paglia (Sigismundus, 2013; con una premessa di Gianni DʼElia), e di questo momento finale, Il villaggio, che lo conclude e illumina coralmente. Dalla terra alla casa, dunque; e dalla casa al villaggio. Da una solitudine pagana come conditio prima al sodalizio fraterno di un focolare; e ora al progetto, cui lʼautore ha votato i suoi ultimi anni, di una eco-comunità da istituire tra le stelle e le pietre della campagna marchigiana.
La poesia per Stefano Sanchini è un respiro esistenziale, un diario di bordo dellʼesperienza reale che si svolge cantando. Per questo non elementi di ricerca letteraria sono i suoi versi ma brandelli di esistenza meditabonda e febbrile. I resti di qualcosa, che non si pensano la cosa. Nietzsche parlava di “pensieri che camminano” contro i falsi pensieri del linguaggio. Se la scrittura è il velo, lʼoggetto è sotto. Ed è lʼoggetto nascosto che si rivela, non il velo che lo nasconde e protegge. Potremmo dirla infine così, forse, continuando la mai interrotta corrispondenza di pensiero poetico che ancora oggi lega fatalmente i poeti de “La Gru”: Non ci interessa nessuna estetica che non sia lʼeco di unʼavventura.
Il villaggio di Stefano Sanchini è dunque un canto che nasce da una porzione inedita di realtà esperita. Da questa posizione privilegiata, la terra in cui si compie un rito di passaggio, ardendo lʼepoca defunta nei falò notturni ai bordi del fiume e sotterrando un piccolo seme mistico per la società olistica di domani, il poeta non canta solamente ciò che accade, sebbene il libro sia intarsiato di parole e frasi realmente pronunciate dagli abitanti dellʼeco-villaggio. La poesia, a differenza della retorica, non si serve di parole ma serve le parole. Dunque la notte plana come un gufo indiano alla ricerca di visioni. E come sempre accade, dunque, la scenografia di un libro di vera poesia si compone di dati reali e di visioni fantastiche o misteriose, improvvisamente riemerse da chissà quale ignoto abisso psichico, in cui lo stesso io poetico, lʼautore, si sdoppia divenendo al contempo “guida” e “guidato” di un viaggio alla scoperta di un paesaggio armonico non solo esterno quanto, piuttosto, mistico e interiore.
Come nel viaggio nei quattro mondi alchemici dellʼEndimione di John Keats Stefano Sanchini si conferma come una delle ultime voci orfiche di cui il nostro ferito, addormentato, traumatizzato paese boschivo di fiumi e neve possa ancora dissetarsi. Perché un paese, la sua terra di pietre, ha lunga pazienza. Come la terra dei Navajo, onirica ed estesa, che ancora attende con la pazienza dei millenni il ritorno delle tribù native e delle loro canzoni. Così il nostro bosco italiano, abitato da tanta umanità rappresa e infelice in una nevrosi che fu borghese ed industriale ed oggi non è più neppure ciò che un tempo fu, ma solo il rantolo cieco di una vita impazzita sotto il crollo delle sue forme sociali precedenti. I vasti boschi attendono il ritorno dei poeti e dei mistici, dopo lʼepoca volgare dei letterati e dei cardinali.
Di tanto in tanto dunque, un monaco eretico e visionario, della famiglia dei Roberto Roversi o dei Jim Morrison, porta un poco di sollievo a questo cielo stellato come un lupo che ulula solitario sul monte e in quellʼululato egli dice al mondo che la vita è ancora in vita e che qualcuno sta ancora aspettando e che i grandi spiriti del Sud faranno ritorno.
Il viaggio è pieno di luce. Il primo verso già lo illumina: “fuoco”, “luce”. E tutto è quadro. E tutto è sogno. Un sogno più reale dellʼirreale realtà quotidiana. Un sogno in cui il lettore è già trasceso, deposte le maschere dei ruoli storici, in esistenza. Non più individuo socializzato ma corpo in vita. Egli riprende così il cammino, la “rotta”. Assieme a lui è il poeta, ma il poeta non è lʼautore Stefano Sanchini, poiché lʼautore è colui che sogna la voce e la trascrive. Vale cioè a dire che anche la voce poetica è una voce trascesa: “Non è vaga lʼipotesi / che lʼanima torni nei luoghi / in cui fu secoli prima / nella stessa sostanza e principio / ma nella forma che il tempo trasforma”. Questa voce sa più di quanto lʼautore conosca. Se ricongiungersi, nella sapienza degli antichi greci, era infatti lʼatto del “ricordare”, la voce di questo poema “ricorda”. E siamo noi, lettore ed autore assieme, a bere dalla fontana di Mnemosine prima di iniziarci a una comune avventura in cui chi guida è anche colui che segue, voce che rivela e primo ascolto di sé stessa, fratelli a seguire i passi di una rivelazione altra. Eccoci dunque qui. Perché “Il nostro sentire ci ha fatto incontrare”, di fronte alle porte del villaggio.

Davide Nota

da Stefano Sanchini, Il villaggio (Sigismundus, 2016)


giovedì 12 maggio 2011

CORRISPONDENZE AI MARGINI DELL'OCCIDENTE


Titolo: Corrispondenze ai margini dell'Occidente
Editore: Effigie (www.effigie.com)
Collana: Stelle Filanti
Nota al testo: Roberto Roversi
Foto copertina: "Siberia" di Federico Tamburini

in tutte le librerie



"Un Dante e un Virgilio del nostro tempo. Non dentro all'inferno dei morti ma nell'assordante inferno della vita"... Roberto Roversi

Corrispondenze ai margini dell'Occidente è composto oralmente a due voci, in una continua e profonda tensione all'ascolto, che si protrae passo dopo passo in un viaggio nell'inferno della materia, e si apre ad uno sguardo severo verso l'in-civiltà contemporanea. Ed ogni cosa si snoda, prima contratta, poi enunciata o evocata nel continuo salire dei tre canti. Così dall'Infernaccio del mondo, gravido di terrore e potere, la porta del secondo canto, il Purgatoriale, si apre all'anima e alla sua intuizione cabalista. Sapere leggere i segni e le coincidenze. L'ascesa del Paradossale non è né espiazione, né sublimazione; ogni paradoso è l'immagine reale di altro. In tutto questo, la Natura regge come un grande tempio, le colonne di questa architettura visiva.
(dalla bandella)

giovedì 25 novembre 2010

COLLANA POETICA ITINERANTE - THAUMA EDIZIONI - SPAZIO NOVADEA/LIBRERIA PROSPERI, ASCOLI PICENO


Venerdi 3 dicembre 2010 alle ore 18.00, presso lo Spazio NovaDea della Libreria Prosperi di Ascoli Piceno, si terrà l'incontro con i poeti Serse Cardellini e Stefano Sanchini, ideatori e curatori della neonata Collana Poetica Itinerante della Thauma Edizioni di Pesaro. Tra gli scrittori coinvolti nella collana, oltre ai due ideatori, sarà presente anche il giovane poeta abruzzese Marco Di Salvatore. Il progetto è caratterizzato da due particolarità: la prima riguarda la scelta di abbinare ad ogni regione d'Italia un colore specifico di copertina; la seconda è l'originale distribuzione affidata ai singoli scrittori, i quali scelgono liberamente una libreria di riferimento, successivamente inserita nella lista Libreria Poetica presente nelle ultime pagine di ogni edizione. In tal modo si viene a creare una collaborazione attiva tra autori, curatori e editori, con lo scopo di far emergere nel nostro paese un nuovo concetto di editoria indipendente. Ad ottobre sono usciti i primi quattro libri della collana: dall’Abruzzo (Giallo ocra) Prime poesie di Marco Di Salvatore; dalla Liguria (Rosso) Metalli Commedia di Chiara Daino; dalle Marche (Viola) Il mio Orfeo di Serse Cardellini e Via del Carnocchio di Stefano Sanchini.

La collana poetica itinerante si realizza in modo atipico, si avvale infatti di un soprannumero di curatori: uno o più per ciascuna regione italiana, il cui compito è quello di individuare poeti emergenti presenti nel proprio territorio, con l’obbiettivo di coinvolgerli in tale progetto editoriale al fine di unire l’Italia poeticamente, attraverso un reale incontro fra scrittori. (dalla quarta di copertina della collana)

Durante la serata, oltre a letture poetiche e interventi, sarà possibile visitare l'esposizione personale dell'artista catanese Claudia Gambadoro, Inner drawings/Drawings inside, inaugurata sabato 13 novembre 2010 e in mostra fino al 15 gennaio 2011, ospitata nei medesimi locali dello Spazio NovaDea.

Titolo: Collana Poetica Itinerante
Relatori: Serse Cardellini, Stefano Sanchini
Poeti: Serse Cardellini, Stefano Sanchini, Marco Di Salvatore
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea,
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 3 dicembre 2010 ore 18.00
Info: 0736.259888 – 329.1979667, libreriaprosperi@hotmail.it

giovedì 10 dicembre 2009

Su "Calpestare l'oblio": Stefano Sanchini

Lettera al proprietario della Mondadori
(forza, Italia rialzati!)


Italia falsa e scaltra di falsi prosatori
della vita fanno un romanzo basso e vile
inseguendo la fama e gli ori
indossano la maschera, sì, ma senza stile…

…e chi troppo ingrassa troppo mangia
col Foglio avvezzo ai vizi del potere
con violente parole incita alla rabbia,
nulla cambierebbe se scrivesse col sedere

infeltrito Giornale dalle oscure trame,
Libero è chi non serve il tiranno,
in questo paese dove tornata è la fame
a dire di scandali e festini per trarci nell’inganno

un presidente tutto sesso e barzalette
i suoi avvocati ha messo in parlamento
e cena con i boss del mondo e segrete sette,
l’apprendista muratore che ha edificato lo scontento,

e ci vuole tanta e troppa Fede
ché si predica meglio in tele che in chiesa
restiamo comodi e vengono in sede
uno per uno, senza confronto, di casa in casa

sono gli stessi dei tagli alla cultura
gli stessi della mondezza e degli appalti,
una dittatura di poteri oscuri che il potere oscura.
Caro Silvio, racconta come i tuoi colleghi pentiti

quel che sai, la storia di menzogne e offese
del telefono che squilla e dei volti sconosciuti,
ché una tua parola vera può salvare il paese,
liberati dall’omertà dalla male-dizione e i delinquenti

non avranno più l’Italia bella e piena di sorprese.

mercoledì 19 agosto 2009

Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica

Nuovi autori: Poeti dissidenti, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo
Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»

Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare.

Da leggere – Voci critiche per sonetti e poemetti
Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l’omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all’attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L’estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara).


LO SCANDALO DELLA POESIA CHE SI PERMETTE DI FARE POLITICA
Davide Nota (da "L'Unità", 18 agosto 2009)

Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni ‘70 e i primi ‘80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l’epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell’Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate».
Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l’anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all’ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c’erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?».
Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall’Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell’uomo che ha impiccato: l’antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l’orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”».
Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l’immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall’evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l’idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d’ordine – cos’avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (…)?».
Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l’io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (…), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all’ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”». Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno reagire, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.

venerdì 22 maggio 2009

READING PER MASSIMO ROSSI

VENERDI 22 MAGGIO - ORE 18.00
CHIOSTRO DI SAN FRANCESCO - ASCOLI PICENO

*

READING DI POESIA MILITANTE
di DAVIDE NOTA e STEFANO SANCHINI (La Gru)

MOSTRA DI PITTURA
di QUINTILIO (TITO) PIERANTOZZI

ESPOSIZIONI FOTOGRAFICHE
di FABRIZIO DE FABIIS e DANIELE CIABATTONI

VIDEO-ARTE
di VALERIA COLONNELLA

MUSICA

*

Interverrà il Presidente della Provincia di Ascoli Piceno
MASSIMO ROSSI