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mercoledì 1 giugno 2016

LE PORTE DEL VILLAGGIO

In uno scritto del 2012 dedicato all’esperienza del gruppo di poesia e realtà “La Gru” scrissi a proposito di Stefano Sanchini: «Ancor più decisamente ostile all’idea di una poesia come linguaggio riservato a una ristretta comunità di interesse specialistico è l’esperienza virulenta di Stefano Sanchini, autore la cui personalità poetica esonda con frequente violenza nel tentativo di invadere il territorio circostante.
Distinguere la scrittura di Sanchini dal suo timbro vocale o dalla sua presenza biografica nel mondo è impossibile per chiunque abbia avuto occasione di conoscerlo e ascoltarlo.
Il poeta laureato in filosofia e autista di autobus a Pesaro, dove vive in una sorta di comune rurale di sua proprietà assieme ad alcuni amici, è già negli anni divenuta una piccola leggenda territoriale a causa di questa sua sorta di incosciente e francescana, ebbra, invadenza con cui improvvisa recitativi di poesia e lezioni di estetica alle ore più improprie del giorno o della notte e nei confronti dei più improbabili auditori occasionali.
La poesia è per Sanchini un atto di amore e di guerra, sanguigno e indomabile, è il suo sangue alla testa, e in tale dimensione tragica (ed eroica, anche) egli ha piantato l’albero verdeggiante della propria esistenza.
La sua avventura di parola (e il suo destino, forse, lavorativo e esistenziale) ha inizio con un viaggio, e non è un caso che il suo primo libro di poesia, un bellissimo canzoniere lirico pubblicato per Fara nel 2008, abbia per titolo Interrail come il nome della tariffa che Trenitalia ha predisposto negli anni Novanta e Duemila per percorsi a basso costo verso le principali località europee.
Il viaggio in Europa che Sanchini ci tramanda è l’occasione di un incontro, corpo a corpo, con la terra di una vasta tradizione culturale (si pensi solo alla lirica dedicata a Francoforte, sede della nota Scuola filosofica neoumanista e marxiana) incisa e corrosa dai segni plumbei di una storia presente che scandisce immagini di guerra per via radiotelevisiva e consumismo dilagante per strade e piazze animate da popolazioni massificate e frantumate in solitudini separate e incomunicabili, impermeabili all’incontro.
La delusione di tale viaggio originario, che narrativamente si rivela nel rifiuto emblematico del poeta nei confronti dell’ipocrisia del gruppo a cui s’accompagna (“ma l’amicizia non è salutarsi”), è la presa d’atto di un arido vero globale e la rinuncia, quindi, a trovare in un “altrove” proiettato esternamente al proprio habitat residenziale una forma ideale di patria disattesa. Inizia per Sanchini, che nel frattempo ha trovato lavoro a Pesaro, la costruzione filosofica e rituale, religiosa, della propria “casa”, sopra le zolle imbevute di vino e di canto della campagna marchigiana.
Qui egli scrive forse il capitolo più importante della sua presente bibliografia, un monologo in versi dal titolo Via del Carnocchio, distribuito nel 2009 in fotocopie rilegate in occasione delle ripetute esecuzioni orali svolte per locali e case private e infine pubblicato nel 2010 per le edizioni Thauma dell’amico Serse Cardellini. La via del Carnocchio è l’antico nome della strada campestre in cui il poeta abita, tra Pesaro e Fano, trasfigurata nel poemetto in crocevia archetipico e pagano ove si incontrano, a tarda notte, le dee Inerzia, Bellezza, Fede e Morte, in dialogo con il Poeta sulla vita dell’uomo, la storia presente e il mistero dell’ignoto e dell’oltre-vita.
Una religiosità non astratta ma incarnata anche moralisticamente nella carne storica dell’autore che giudica e commenta il presente, bestemmiandolo o adorandolo come un amante ai piedi della propria amata, in lacrime. Ciò comporta, formalmente, la scelta stilistica del poema orale, vale cioè a dire di un drama finalizzato all’esecuzione, e il conseguente abbassamento del controllo metrico per una prosodia fondata sull’accentazione, sulla rigogliosa trama di assonanze interne e sulle soluzioni più irregolari di necessità oratoria (le pause, i silenzi, le variazioni di velocità).
È raro, io credo, partecipare a un reading di poesia al giorno d’oggi, in Italia, in cui dal pubblico si sollevino voci concordi o discordi con l’autore, che interrompe la lettura per tuffarsi in qualche animata discussione politica o di carattere biografico ed esistenziale per poi riprendere l’ordito poetico lì dove era stato interrotto: come se questa continua ingerenza della poesia nella realtà e della realtà nella rappresentazione scenica sia la vera e grande soluzione estetica che egli, oggi, ci propone e dona.».

Ci separano da queste parole quattro anni. Nel frattempo il poema della Via del Carnocchio si è sviluppato in trittico, componendosi di un capitolo centrale lirico, La casa del filo di paglia (Sigismundus, 2013; con una premessa di Gianni DʼElia), e di questo momento finale, Il villaggio, che lo conclude e illumina coralmente. Dalla terra alla casa, dunque; e dalla casa al villaggio. Da una solitudine pagana come conditio prima al sodalizio fraterno di un focolare; e ora al progetto, cui lʼautore ha votato i suoi ultimi anni, di una eco-comunità da istituire tra le stelle e le pietre della campagna marchigiana.
La poesia per Stefano Sanchini è un respiro esistenziale, un diario di bordo dellʼesperienza reale che si svolge cantando. Per questo non elementi di ricerca letteraria sono i suoi versi ma brandelli di esistenza meditabonda e febbrile. I resti di qualcosa, che non si pensano la cosa. Nietzsche parlava di “pensieri che camminano” contro i falsi pensieri del linguaggio. Se la scrittura è il velo, lʼoggetto è sotto. Ed è lʼoggetto nascosto che si rivela, non il velo che lo nasconde e protegge. Potremmo dirla infine così, forse, continuando la mai interrotta corrispondenza di pensiero poetico che ancora oggi lega fatalmente i poeti de “La Gru”: Non ci interessa nessuna estetica che non sia lʼeco di unʼavventura.
Il villaggio di Stefano Sanchini è dunque un canto che nasce da una porzione inedita di realtà esperita. Da questa posizione privilegiata, la terra in cui si compie un rito di passaggio, ardendo lʼepoca defunta nei falò notturni ai bordi del fiume e sotterrando un piccolo seme mistico per la società olistica di domani, il poeta non canta solamente ciò che accade, sebbene il libro sia intarsiato di parole e frasi realmente pronunciate dagli abitanti dellʼeco-villaggio. La poesia, a differenza della retorica, non si serve di parole ma serve le parole. Dunque la notte plana come un gufo indiano alla ricerca di visioni. E come sempre accade, dunque, la scenografia di un libro di vera poesia si compone di dati reali e di visioni fantastiche o misteriose, improvvisamente riemerse da chissà quale ignoto abisso psichico, in cui lo stesso io poetico, lʼautore, si sdoppia divenendo al contempo “guida” e “guidato” di un viaggio alla scoperta di un paesaggio armonico non solo esterno quanto, piuttosto, mistico e interiore.
Come nel viaggio nei quattro mondi alchemici dellʼEndimione di John Keats Stefano Sanchini si conferma come una delle ultime voci orfiche di cui il nostro ferito, addormentato, traumatizzato paese boschivo di fiumi e neve possa ancora dissetarsi. Perché un paese, la sua terra di pietre, ha lunga pazienza. Come la terra dei Navajo, onirica ed estesa, che ancora attende con la pazienza dei millenni il ritorno delle tribù native e delle loro canzoni. Così il nostro bosco italiano, abitato da tanta umanità rappresa e infelice in una nevrosi che fu borghese ed industriale ed oggi non è più neppure ciò che un tempo fu, ma solo il rantolo cieco di una vita impazzita sotto il crollo delle sue forme sociali precedenti. I vasti boschi attendono il ritorno dei poeti e dei mistici, dopo lʼepoca volgare dei letterati e dei cardinali.
Di tanto in tanto dunque, un monaco eretico e visionario, della famiglia dei Roberto Roversi o dei Jim Morrison, porta un poco di sollievo a questo cielo stellato come un lupo che ulula solitario sul monte e in quellʼululato egli dice al mondo che la vita è ancora in vita e che qualcuno sta ancora aspettando e che i grandi spiriti del Sud faranno ritorno.
Il viaggio è pieno di luce. Il primo verso già lo illumina: “fuoco”, “luce”. E tutto è quadro. E tutto è sogno. Un sogno più reale dellʼirreale realtà quotidiana. Un sogno in cui il lettore è già trasceso, deposte le maschere dei ruoli storici, in esistenza. Non più individuo socializzato ma corpo in vita. Egli riprende così il cammino, la “rotta”. Assieme a lui è il poeta, ma il poeta non è lʼautore Stefano Sanchini, poiché lʼautore è colui che sogna la voce e la trascrive. Vale cioè a dire che anche la voce poetica è una voce trascesa: “Non è vaga lʼipotesi / che lʼanima torni nei luoghi / in cui fu secoli prima / nella stessa sostanza e principio / ma nella forma che il tempo trasforma”. Questa voce sa più di quanto lʼautore conosca. Se ricongiungersi, nella sapienza degli antichi greci, era infatti lʼatto del “ricordare”, la voce di questo poema “ricorda”. E siamo noi, lettore ed autore assieme, a bere dalla fontana di Mnemosine prima di iniziarci a una comune avventura in cui chi guida è anche colui che segue, voce che rivela e primo ascolto di sé stessa, fratelli a seguire i passi di una rivelazione altra. Eccoci dunque qui. Perché “Il nostro sentire ci ha fatto incontrare”, di fronte alle porte del villaggio.

Davide Nota

da Stefano Sanchini, Il villaggio (Sigismundus, 2016)


martedì 26 aprile 2016

Gli orfani - Una recensione di Alfonso Sabba

Lettera dal letto – Il ritorno – Una chiesa – La quercia del fauno – Sibilla – Gli orfani – Dana – Lettera di Orfeo, sono i titoli dei racconti, ma forse sarebbe meglio definirli capitoli, di varia lunghezza, dello stesso percorso interiore dell’autore. Il personaggio si percepisce unico, declinato in varie sfaccettature. In questo work in progress, l’azione è assente, non c’è trama, che tuttavia risiede vivida (pindarica?) nei moti mentali in cui il protagonista è immerso. Saltano agli occhi per intensità, le lettere iniziali e finali - che ci conducono da un appena accennato antropologismo ad una matura mistica del profondo - e il racconto del titolo (somnium vs fictum). Tutto scorre per poeticità e subconscio, con belle invenzioni anche lessicali e sintatticamente pluridirezionali.
Pure se ben trattenuta la dimensione realistica, grazie ad opposta vocazione (che però talora sfocia in un troppo lieve fantasy), la prosa  che coraggiosamente sceglie il timbro poetico – pare appesantita qua e là dal rincorrersi di metafore, che non di rado creano un effetto apnea ed un insistente stato umbratile.
Potrebbe essere utile ricondurre il tutto a maggiore unitarietà e scrollare qualche ramo d’albero gravato all’inverosimile di frutta. Meglio si staglierebbero nel cielo notturno quei lampi di poesia ora oscurati dal cupo tuono che, avviluppando, un poco assorda il lettore.
Un autobiografismo mascherato (?) che nomina suoi tutori i grandi della prima metà del Novecento, massimamente d’oltre Manica, e non solo in dipendenza del flusso di coscienza.

(Alfonso Sabba)


Davide Nota, Gli orfani (Oèdipus, 2016)

mercoledì 20 gennaio 2016

GLI ORFANI (Racconti) di DAVIDE NOTA (Oèdipus, 2016)

Otto racconti di fantasia brucata dai tarli della vita sterminatrice, in una scrittura borderline, tra narrativa di genere e prosa lirica, compongono il ritratto di un inconscio generazionale che dal flusso onirico dei sogni e delle favole perdute smotta in visione oscena e degradata, per farsi infine vista meditabonda e febbrile sopra la realtà, in una inesausta ricerca di senso scandita dai continui dialoghi con presenze reali o immaginarie, tra i fantasmi di un passato mai esistito e multiformi alter-ego in cammino lungo le sponde del torrente Castellano, tra i palazzi cementizi del quartiere di Monticelli, ad Ascoli Piceno, o nel grande deserto della metropoli romana, alla ricerca di un lavoro, di un incontro destinato, di una manifestazione del sacro nella realtà contemporanea della grande crisi.

Davide Nota, Gli orfani (Racconti), Oèdipus, 2016

lunedì 28 settembre 2015

L'INAPPAGABILE. APPUNTI A MARGINE DEI "FIORI DEL MARE" (1984-2014)

Il linguaggio alfabetico sovraesposto ha esaurito la sua incidenza. Ogni formato di divulgazione linguistica si neutralizza automaticamente (meccanicamente) nel rumore di fondo evolutosi dal brusio mediatico della televisione al flusso semantico virtuale del web. In questo accumulo bulimico di segni alfabetici e verbofonici una lingua del silenzio appare forse come lʼultima ipotesi di salvezza che ci è data.
Una lingua del silenzio. Non uno “stare in silenzio” ma un “adibire il vuoto”. Per abitarlo. Essere in in grado (nella grazia) di silenziare lʼabbaglio storico. Nel vuoto appare un oggetto e in questo rapporto tra spazio e visione la vita umana torna a significare.

Leggi l'intero brano sul nuovo libro di Gianni D'Elia: qui

venerdì 26 dicembre 2014

EBOOK: "LETTERA A UN GIOVANE POETA IN ITALIA (2010-2014)" DI DAVIDE NOTA



Lettera a un giovane poeta in Italia e alcuni scritti precedenti (2010-2014) è un ebook a firma di Davide Nota gratuitamente scaricabile in formato PDF, MOBI o ePUB dal portale di critica e ricerche letterarie “In realtà, la poesia”.

Uno sguardo sulla recente poesia in Italia con interventi a partire da: Beppe Mariano, Mariangela Guatteri, Bianca Madeccia, Marco Di Salvatore, Dina Basso, Raimondo Iemma, Manuel Micaletto, Emiliano Michelini, Antonio Bux, Julian Zhara, Irene Paganucci, Luigi Socci, Nadia Agustoni, Gilda Policastro, Renata Morresi, Fabio Orecchini, Claudio Orlandi (Pane), Lorenzo Mari, Roberto Roversi, Daniele De Angelis, Augusto Amabili, Stefano Sanchini, Loris Ferri, David Cronenberg.

Puoi scaricare l’ebook: QUI

mercoledì 26 febbraio 2014

MARIO RICHTER SU "IL NON POTERE (2002-2013)" DI DAVIDE NOTA

Il non potere di Davide Nota

Se dicessi che questo libro, Il non potere (2002-2013), è bello, non credo che con tale epiteto ne darei poi una valutazione sufficiente, e meno ancora esauriente. Sono infatti certo di trovarmi di fronte a un libro importante, necessario. Si attua nelle sue pagine una bellezza per così dire trascesa, che si risolve in altri inediti valori, probabilmente quelli che un tempo si attribuivano al sublime.
Avverto in ogni testo una forza aspra, risentita, dura, ma non priva di una segreta e quasi serena imperturbabilità o determinazione (o magari anche speranza). Penso proprio che una lettura attenta e disposta a seguire con fiducia ci conduca in zone inesplorate o, per restare ai francesi, in regioni già intraviste e in parte viste, sulla traccia di Baudelaire, almeno da Rimbaud e Lautréamont.
Naturalmente non cʼè nulla di imitativo, perché in tal caso sarebbe una catastrofe. Il percorso è diverso: nuovo, personale, moderno, nostro (per quanto ne so io). Spesso, leggendo, mi si è affacciato il ricordo del “drapeau noir” (segno insieme di disfatta e di lotta a oltranza) issato dallʼ“Angoisse”, provocata dallʼ“Espoir vaincu”, alla fine del magnifico quarto Spleen di Baudelaire.
Questi testi di inizio secolo non hanno mai il carattere della rassegnazione e lasciano scarso spazio al ripiegamento elegiaco (ciò è affermato dallo stesso tipo di scrittura). Disperati, sì, ma non rassegnati. Sto pensando soprattutto a “La carne”, alla suite de “Il fiore del fascismo universale” (specie III e IV), a “La rivolta”, a “Preghiera” e naturalmente al grande componimento conclusivo, “Il tarassaco” (che è tra lʼaltro la mia pianta prediletta: antica, umile e forte).
Ma sarebbe lʼintero libro da ricordare... Onesto, doloroso ed esaltante itinerario verso ciò che è vero e giusto.

Mario Richter


Mario Richter (1935), francesista, studioso di poesia moderna, professore già ordinario di Lingua e letteratura francese allʼUniversità di Padova. Ha curato le Opere complete di Rimbaud (Einaudi 1992). Tra i suoi libri: Apollinaire (il Mulino 1990); Viaggio nell'ignoto. Rimbaud e la ricerca del nuovo (Carocci 1993); Baudelaire, «Les Fleurs du Mal». Lecture intégrale (Slatkine 2001).

Davide Nota, Il non potere (2002-2013), Sigismundus Editrice, 2014

lunedì 20 gennaio 2014

IL NON POTERE - DAVIDE NOTA, èquilibri / Spazio NovaDea, Ascoli Piceno



Sabato 25 gennaio alle 18,00 lo Spazio NovaDea interno a èquilibri (Libreria Prosperi + Ascoli Equosolidale) ospiterà la presentazione del libro IL NON POTERE di Davide Nota, pubblicato dalla casa editrice Sigismundus di Ascoli Piceno.
Il volume raccoglie undici anni di lavoro poetico dell'autore, riunendo, riviste e corrette, tutte le sue precedenti pubblicazioni: Battesimo (2002-2004), Il non potere (2005-2007), La rimozione (2008-2011), I rovi (2011-2013) e Il tarassaco (2011-2013). Le copie in vendita, in limitata disponibilità, sono numerate e autografate.

La presentazione, alla quale parteciperà lo stesso poeta, sarà a cura del prof. Antonio D'Isidoro.

Ciò che resta della muta è la pellaccia tra i rovi. La poesia come scoria espulsa dalla polis mutante. Sotto il sole feroce del tardo capitalismo globale tradizione e pietà attendono entrambe di decomporsi. […] Non sono un poeta civile perché non ho avuto nessuna civiltà di riferimento. Non sono un poeta realista perché l’unica realtà che conosco è la solitudine. Sono il tentativo mancato di resistere al disumano (Per una poesia del margine, di D.N.)

Ma adesso pure noi si sa che si è
qualcosa, tra le cose: un accumulo
di prole in disavanzo,
che solo la bufera ci promette
sul tavolino bianco questa rosa.


Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano, da padre lucano e madre marchigiana. Da sempre residente ad Ascoli Piceno ha studiato a Perugia, dove si è laureato nel 2007 in Lettere moderne. Dal 2008 vive tra le Marche e Roma. Ha svolto diversi lavori tra cui operaio in fabbrica, commesso librario, proiezionista per cinema, banconista alimentare e editore. Ha fatto parte del movimento “Calpestare l’oblio” (2008-2010) e della rivista di poesia e realtà “La Gru” (2005-2012). Dal 2013 cura il blog di poesia “Fonti coperte” sul sito de “L’Unità”. Il non potere (2002-2013) è il suo primo libro organico di poesia e raccoglie tutte le precedenti pubblicazioni.


Titolo: Il non potere
Autore: Davide Nota
Relatore: Prof. Antonio D'Isidoro
Luogo: Spazio NovaDea/èquilibri (Libreria Prosperi + AscoliEquoSolidale)
Largo Crivelli, 8 – Ascoli Piceno
Orario: 18,00
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Info: 0736 259888 - libreriaprosperi@hotmail.it

martedì 29 novembre 2011

GIOVANNA OLTRE LO SCHERMO - UNA FAVOLA DI DAVIDE NOTA / VALERIA COLONNELLA - SPAZIO NOVA DEA/LIBRERIA PROSPERI, ASCOLI PICENO


Titolo: Giovanna oltre lo schermo
Autore: Davide Nota
Artista: Valeria Colonnella
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli 8, Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea e 7-8 chili
Data e ora: 03 dicembre ore 18.00
Periodo: 03 dicembre – 10 dicembre 2011
Orari: dal lunedi al sabato 9-13 16-20
Info: 0736.259888 – 329.1979667
libreriaprosperi@hotmail.it

Sabato 03 dicembre 2011 alle ore 18.00, presso lo Spazio NovaDea della Libreria Prosperi di Ascoli Piceno, si terrà la presentazione della favola Giovanna oltre lo schermo (G. Ladolfi Editore, 2011) dello scrittore e poeta Davide Nota, illustrato dall'artista Valeria Colonnella. Per l'occasione saranno esposte le tavole originali dell'illustratrice. La mostra sarà visitabile fino al 10 dicembre. Saranno presenti gli autori.

Giovanna ha sette anni, due allegri ciuffetti di capelli biondi che scintillano verso il cielo come due fontanelle d’oro e abita all’ultimo piano di un grande grattacielo, in una sconfinata città di palazzoni grigi e marroni. Quando si affaccia dalla finestra non vede altro che un largo deserto di cemento armato a cui si sono legati, come elementi di una nuova natura, il labirinto dei palazzi, l’assurda carovana delle auto in coda e una nuvola pesante, che tutto avvolge e soffoca persino la fantasia di immaginare un altro mondo….
…lo zio Peppe le aveva promesso che un bel giorno, al bordo del suo bolide blu, l’avrebbe portata a vedere un mondo meraviglioso, dove i bimbi fanno i tuffi in un fiume più azzurro del cielo azzurro d’estate e ci si addormenta con la serenata delle cicale che cantano fuori dalla finestra e sotto un manto di stelle che sembrano galleggiare dentro a un enorme oceano all’incontrario.

Davide Nota è nato nel 1981 in provincia di Milano, da padre lucano e madre marchigiana. Dalla prima infanzia risiede ad Ascoli Piceno, dove nel 2005 ha fondato con altri giovani scrittori la rivista di poesia e realtà La Gru. Nel 2005 ha dato alle stampe per LietoColle il suo primo libro di poesia, Battesimo, con una introduzione di Gianni D'Elia. Nel 2007 ha pubblicato per Zona Il non potere, con una lettere prefatoria di Luigi-Alberto Sanchi. Nel 2009 ha curato per Effige il libro Riscritti corsari di Gianni D'Elia, con una premessa di Furio Colombo, mentre nel 2010 ha curato con Fabio Orecchini l'e-book Calpestare l'oblio (www.lagru.org; ora edito per Cattedrale/Argo), dando vita ad un acceso dibattito sulle pagine dei principali quotidiani italiani. Nel 2011 ha fondato la casa editrice Sigismundus Editrice. Dal 2008 vive a Roma.

Valeria Colonnella nasce ad Ascoli Piceno nel 1982. Dal 2005 è parte del collettivo artistico 7-8 chili attraverso il quale realizza spettacoli teatrali eventi culturali e laboratori artistici per bambini. Nel 2006, dopo la laurea in scienze dei Beni Archeologici decide di dedicarsi all’illustrazione e frequenta un corso di perfezionamento presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Qui apprende i primi rudimenti dell’illustrazione per l’infanzia. Nello stesso anno si iscrive ad un biennio di specializzazione presso l’Accademia di belle Arti di Brera con indirizzo pittura. Nel 2008 frequenta il master in illustrazione per l’editoria organizzato dalla Fabbrica delle Favole. Qui ha la possibilità di confrontarsi con innumerevoli illustratori ed editori e la sua ricerca artistica comincia a prendere una direzione più raffinata e personale.

lunedì 23 maggio 2011

IL SOGNO DI UNA RIVOLTA SENZA CANONE - RAIMONDO IEMMA SU "LA RIMOZIONE" DI DAVIDE NOTA


Il sogno di una rivolta senza canone
di Raimondo Iemma


Questo nuovo libro di Davide Nota si iscrive – pur nella sua totale autonomia – in un progetto di scrittura che dura ormai, nonostante la giovane età dell’autore, da diversi anni. Anni nei quali un’opera – con tutti i necessari cambi di passo, aggiornamenti e inclusioni – sta prendendo forma, rivelandosi nel suo valore. La rimozione, nuova testimonianza di questo percorso, segna un’ulteriore crescita.
Sin dalla prima sezione, “La muta”, emerge quello che è al tempo stesso il tema cardine di questa raccolta e la prova che essa si propone di affrontare (e che il lettore ritroverà, in altra forma, anche nei brani successivi): la necessità vitale di un’immersione sentimentale nel mondo; di squarciare, quindi, quel filtro sulla realtà che è lo sguardo umano. Non è dunque un caso se questi primi testi animano un teatro naturale, boschivo, quasi inospitale:

Non molti hanno dei nomi più quei luoghi.
L’odore dei ricordi è una parola.
S’aggruma nella selva ambigua cosa
di muschio e terra madre, neve e cenere.

Ma è appunto nell’ambiguità del rimosso – vorremmo dire nella sua schizofrenia – che si muove il discorso. Nel rifiuto di ogni rappresentazione della realtà – dei luoghi, dei corpi, delle azioni – che non sia dettata dall’esperienza; e nello scontrarsi di questa volontà con la condizione di soggettività (e dell’esser soggetti a un “non potere”) che è propria dell’uomo. L’origine stessa è ferita, fuori da ogni storia, ed è questa ferita ormai invisibile – come il germoglio sepolto dalla neve che compare in una delle poesie – a venire ricercata.
Anche quando Davide Nota affronta una riflessione più propriamente politica, come avviene non solamente ne “Il fiore del fascismo universale”, ma anche nel ciclo successivo, “Viola” – nel quale la “rete” non è soltanto intesa come trappola della virtualità, ma ancora come elemento di alienazione e paralisi – lo spirito è quello della ribellione. Tuttavia, come il lettore potrà notare, al di fuori e addirittura opposto al rituale automatico e impersonale del vocabolario della rivolta. A testimoniarlo, basti ad esempio un passaggio come il seguente

E quella notte apparvero infuocate croci.
Un cimitero di bottiglie incomprensibile ai più.
Paesaggio verde e nero
di infrarossi e fanale.
In fila pisciavamo contro il mare.
“Starò con i miei amici
fino alla fine del mondo.”.

che istintivamente ci riporta ad altre prove dell’autore, caratterizzate dalla stessa forza disgraziata, da quel bisogno di “(…) ridere commuoversi gridare / antisociali e belli parlare / a voce alta, parlare sempre…” (dal precedente lavoro di Nota, Il non potere). Appare chiaro come questo esercizio di vitalità non possa che comportare l’abiura di qualsiasi giudizio morale. Al contrario: alla denuncia dall’esterno si sostituisce la dolorosa ma necessaria presa in carico (che non è solo del poeta, ma anche dell’uomo, del ragazzo) delle ossessioni del presente, delle manipolazioni che il potere opera sulle coscienze, finanche sui corpi. Da cui il discorso – ineludibile – sulla sessualità, presente in maniera esplicita nel capitolo “La gravità”, ma che più generalmente pervade l’intera raccolta.
È “un corpo ricusato dalla storia satura” a cercare l’apertura (e a cercarla, irregolarmente, là dove la trova). Il concetto stesso di “chiusura”, che viene riportato nelle due sezioni finali del libro, non può non legarsi a quello di “origine”.
Non può, in altre parole, non fondarsi su un’operazione di recupero:

Occorre ritrovarsi. Su questo bagnasciuga
reticolato. Dentro queste macchie
di acquerelli e pixel. Nel cielo
sfibrato. Occorre comunque ritrovarsi.

Ma questa nuova sete non sarà una semplice ricerca di libertà a partire da una generica condizione di sottomissione (non è questo il caso; e neppure si tratta della ricerca di una montaliana “maglia rotta nella rete”); piuttosto l’abbandono di ogni artificio, che finalmente permetta un contatto con la realtà non più filtrato dal modo.
Il lettore avrà certamente l’occasione non solo di individuare nuovi spunti interpretativi, ma anche di permettere, se dovrà essere il caso, che questo libro lasci una traccia nella propria vita. Considerando, se lo vorrà, ulteriori aspetti.
Per La rimozione e, più in generale, per il lavoro di scrittura di Davide Nota, risulta difficile applicare una definizione di genere che ne identifichi il percorso entro un canale prestabilito (e, d’altra parte, non ci sarebbe ragione di farlo). La sua rivolta del ridicolo non è semplice provocazione, bensì superamento dei concetti di “buono” e “cattivo” gusto. Per usare un riferimento tangibile, Nota è fratello tanto del Rimbaud di “Sensazione” quanto di quello di “Venere Anadiomene”.
Potremmo allora considerare che questo progetto poetico ricada in ciò che Deleuze e Guattari chiamano “letteratura minore”: intesa, naturalmente, non nella scala di valore artistico, ma nell’intento di “(…) fare della propria lingua un uso minore. Essere nella propria lingua come uno straniero”, evitando dunque di “assolvere una funzione maggiore del linguaggio, offrire i propri servizi come lingua di Stato, lingua ufficiale”. È questo il luogo della sua rivolta. Con il sogno, che questo libro ci consegna, di superare ogni posa, sfuggendo anche alla macchina della parola.


Da Davide Nota, La rimozione (Sigismundus Editrice, 2011)

martedì 19 aprile 2011

LA GETTATA DEL CIELO - AUGUSTO AMABILI - SPAZIO NOVADEA/LIBRERIA PROSPERI, ASCOLI PICENO


Titolo: La gettata del cielo
Autore: Augusto Amabili
Relatore: Davide Nota
Musicista: Persian Pellican
Luogo: Libreria Prosperi-Spazio NovaDea
Largo Crivelli, 8 – 63100 Ascoli Piceno
Coordinamento e comunicazione: Spazio NovaDea
Inaugurazione: 22 aprile ore 18.00
Info: 0736.259888 – 329.1979667
libreriaprosperi@hotmail.it


Venerdi 22 aprile 2011 alle ore 18.00, presso lo Spazio NovaDea della Libreria Prosperi di Ascoli Piceno, si svolgerà l'incontro con il poeta Augusto Amabili, il quale metterà in scena un recitativo dal suo nuovo libro La gettata del cielo (Sigismundus Editrice). Introduce la serata lo scrittore ed editore Davide Nota.

La gettata del cielo, opera segnalata al prestigioso Premio di poesia Sandro Penna di Città della Pieve, introdotta dal poeta e critico d'arte Danni Antonello e già recensito sulle pagine di Alias/Il manifesto, Il corriere adriatico e La voce di Romagna, è un libro mistico e randagio, luminoso e materico, talvolta ruvido, che racconta con forza il magma visionario ed interiore di un giovane abitante della Vallata del Tronto.

Seguirà il reading un concerto acustico del raffinato cantante e chitarrista Persian Pellican (http://www.myspace.com/persianpelican). Durante la serata sarà possibile visitare l'esposizione personale dell'artista Giovanni Gaggia, I need you, inaugurata sabato 2 aprile 2011 e in mostra fino al 3 giugno 2011, ospitata nei medesimi locali dello Spazio NovaDea. Augusto Amabili è nato nel 1976 in provincia di Ascoli Piceno, dove lavora come operaio, dipinge e scrive. Personalità poliedrica ed inclassificabile della migliore scena poetica italiana, "La gettata del cielo" è il suo secondo libro di poesia.

sabato 13 novembre 2010

DOMENICA 14 NOVEMBRE - CALPESTARE L'OBLIO AD ANCONA


Domenica 14 novembre 2010 ore 17-23
Casa delle Culture, Via Vallemiano 46 - Ancona

Calpestare l'oblio. Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale"

PROGRAMMA

Ore 17 - Inaugurazione della mostra con le illustrazioni originali dell’antologia di poesia civile “Calpestare l’oblio”, a cura di Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella. Dal 14 novembre al 10 dicembre, mercoledì e venerdì ore 17-19.
Proiezione del video “Correspondecias” di Loris Ferri e Stefano Sanchini.

Ore 18 - Letture dei poeti di “Calpestare l’oblio”: Maria Lenti, Maria Grazia Maiorino, Renata Morresi, Davide Nota, Natalia Paci, Antonella Ventura
Interviene il giornalista dell’Unità Pietro Spataro

Ore 19 - Open mic: microfono aperto al pubblico per letture di versi ispirati alla Resistenza. In collaborazione con Associazione LeggIo.

Ore 20 - Aperitivo bio a cura del Circolo Equo & Bio.

Ore 21 - Letture dei poeti di “Calpestare l’oblio”: Fabio Orecchini, Enrico Piergallini, Francesco Scarabicchi, Alessandro Seri, Enrico Maria Simoniello
Interviene il giornalista dell’Unità Pietro Spataro

Info: www.casacultureancona.it argo@argonline.it 335 1099665

Organizzazione: Casa delle Culture
Con il contributo di: Provincia di Ancona Comune di Ancona
in collaborazione con: Istituto Storia Marche Anpi
con il Patrocinio di: I Circoscrizione – Comune di Ancona

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Domenica 14 novembre verrà presentata ad Ancona, nell'ambito della rassegna di arte e impegno civile Linee di resistenza, l'edizione cartacea integrale dell'e-book "Calpestare l'oblio. Cento poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana", grande opera di poesia civile che nel novembre 2009 e nei mesi seguenti ha scatenato un acceso dibattito sui principali media nazionali (L’Unità, MicroMega, Corriere della Sera, Radio 24, Reset, Gli altri, Il Giornale, Libero, Il Foglio, Il manifesto) e internazionali (Le Monde diplomatique).

Calpestare l'oblio sarà la prima uscita della Collana Argo per le Edizioni Cattedrale (in libreria da dicembre).

Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana
A cura di Davide Nota e Fabio Orecchini
Illustrazioni e grafica a cura di Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella
Con una introduzione di Valerio Cuccaroni e un intervento di Luigi-Alberto Sanchi
Collana Argo, Cattedrale, Ancona, 2010, € 15 Copyleft

martedì 26 ottobre 2010

SULLA BOCCA DI TUTTI, DI MARIA GRAZIA CALANDRONE

Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010), di Maria Grazia Calandrone


“Perché nulla è il bello se non l’emergenza del tremendo.”.
Perché recito questi versi di Rilke, dalla Prima delle Elegie duinesi, in riferimento a questo nuovo capitolo dell’Opera poetica di Maria Grazia Calandrone? Cerco di spiegarlo.

Sulla bocca di tutti
è un libro boschivo, nel senso che davvero (e vi invito a leggerlo, per averne una prova) non si tratta solamente di un libro ma di un bosco.
Se la poesia per noi (così come in Mandel’stam) è parola-campanello di Pavlov che risveglia la vita e i sensi (e con essi il pensiero, la memoria e l’azione cerebrale), ogni singola sillaba intagliata nelle pagine lignee di questa Opera contiene e trasporta gli odori della terra bagnata e tiene la consistenza ambigua della riva, cioè di quel limbo di naturale ambiguità dove gli elementi della vita e della non-vita si sciolgono, dove riverbera il suono delle felci sfogliate e del legno franto al passaggio umano: «la prima volta che toccavo cosa non umana: la riva / era la prima cosa naturale ad essere / fuori di me nell’aria / sentimentale / per lo sgomento di aver concepito / il materiale di cui sono fatte le cose / non umane». (Scrive Agamben in un saggio dedicato all’amico Giorgio Caproni di come la memoria umana sia assolutamente non idonea al trattenimento musicale, incapace di ripercorrere il minuzioso concerto dei segnali sonori di un bosco, legati l’un l’altro da un’incessante struttura che è possibile comprendere ed avere solo nell’esperienza vivente del passaggio. E la poesia, o meglio dire: il pensiero fonico, è quanto di più somigliante a tale esperienza.).
Dove ci conduce nel libro di Maria Grazia Calandrone questo sentiero, questa selva sonora, questo “bello”? Ad un evento tragico, la morte. Ci conduce cioè all’emergenza del “tremendo” di cui parlava l’elegia di Rilke.
In questo senso l’Opera è un vero e proprio ciclo, il cui primo verso ci dice che «La terra era bellissima» e l’ultimo (una sorta di preludio al silenzio dell’assimilazione) chiude con queste parole: «Io più di questo non potevo fare per mettere argine a questa fine».
Si dovrebbe meglio definire questa interpretazione dicotomica tra la "bellezza" e la "fine", perché Sulla bocca di tutti è un’opera liquida, in cui i due poli dell’interpretazione umana vengono sciolti in un unico corso fluviale di grazia e cenere, lutto e battesimo, sangue e neve: «lo sposalizio segreto» (sono parole del libro) della «luce nelle ossa».
Di cosa stiamo parlando, o meglio: di cosa ci sta parlando il libro, è presto detto: l’evento, l’irreversibile momento di questo viaggio nell’universo della memoria fisica (e cioè di quella memoria che si manifesta da sé nelle eco dei sensi, in una continua apertura di passaggi segreti e digressioni), è il suicido materno, che da un’origine misterica dell’infanzia torna ed emerge come un’emergenza da affrontare, un’esigenza di portare luce e chiarezza sopra un nodo coagulato di senso rimasto coperto, omesso; come una chiamata a scendere, «col passo e col pensiero», in un abisso fondativo dell’esistenza individuale.
La parola poetica di Sulla bocca di tutti ha la consistenza di una bacca di sangue, come il sanguinaccio dei piccoli paesi rurali, un rubino che si aggruma sul fuoco coagulando il sangue del vitello ucciso, e che poi si scioglie e rivela nel palmo della mano, al calore della condivisione.
Anche il mistero di questo libro si rivela a partire da ogni sua singola parola-gemma, coagulata di senso e suono, nella sua crudeltà di storia privata e reale: la scomparsa materna nelle acque del Tevere.
C’è un coraggio duro, di confessione e adiacenza, di fedeltà al dolore vissuto e vivente, che in un ambiente letterario (e in un'antropologia nazionale) sempre più prede della vergogna e della ossessione patologica e schifiltosa nei confronti della sincerità non educata ai canoni dell’ipocrisia (o del travestitismo) può risultare (addirittura) sconvolgente, esplosivo, vulcanico. Si tratta invece di un bagno di delicatezza, di un raffinato naufragio, elegante come l'ordito ritmico, la trama prosodica, lo stile della costruzione del verso e delle dilatazioni apparentemente prosastiche dei proemi.
L'io poetico, che si dipana in maniera omogenea e in una lingua lirica cristallina e tagliente (la lingua della poesia, da Petrarca ad Amelia Rosselli), subisce (come ne Lo specchio di Tarkovskij) una mitosi, cioè quel processo di filiazione, di separazione cellulare, sdoppiandosi dalla prima persona della scomparsa, di una madre «pazza d’amore perdutamente incatenata», al soggetto ricordante e figliare, l'autrice; da un luogo cioè segreto e mitico della memoria individuale al «guscio esterno della terra».
Ho spesso avuto a mente un’immagine di Umberto Saba, un verso dalla poesia “Il torrente”, in cui l’acqua del fiume «dove ristagna scopre cose immonde».
Le cose immonde di Saba sono le verità emerse, spinte dal di dentro dell'inconscio al di fuori (sue definizioni) della scrittura, come un Cuore messo a nudo del nostro Baudelaire italiano.
Maria Grazia Calandrone scrive: “Ecco il mio cuore / più mio.”. E scrive ancora: “Non cercarmi altrove: sono queste parole.”.

Io credo che ci troviamo di fronte ad un’opera molto significativa ed importante, che mi ha fatto pensare anche alla centralità di un’altra opera-confessione e rosario come il Requiem di Anna Achmatova.
In un’epoca di dispersione e rimozione, che ha abolito capacità di raccoglimento e di scavo interiore per far posto ad una solitudine di massa istericamente taciuta e falsata, una ricerca autenticamente solitaria (la «solitudine perfetta», la definisce l'autrice) di assimilazione del sommerso e consegna della verità ritrovata, assume forse una posizione talmente morale (davvero una fedeltà, un “Compito” per tornare a Rilke) da risultare, ben oltre la dimensione della confessione, una presa di posizione storica, un approccio nei confronti del vivere e dello scrivere, del pensarsi e del dirsi, che ci riguarda direttamente e storicamente.
Bisogna guardarsi a fondo nelle acque del fiume.

Davide Nota

giovedì 18 febbraio 2010

IL 22 FEBBRAIO ESCE LA VERSIONE DEFINITIVA DI "CALPESTARE L'OBLIO"



a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini
Illustrazioni e grafica a cura di
Nicola Alessandrini e Valeria Colonnella
Lunedì 22 febbraio su

mercoledì 13 gennaio 2010

Intervento d'apertura di Davide Nota all'assemblea dei poeti contro l'oblio (8 gennaio 2010, Roma)

Terrei ad aprire questa assemblea ponendo sul tavolo del nostro convivio alcuni temi, su cui si potrà spero discutere assieme e a partire dai quali siete chiamati tutti ad intervenire, inziando dagli interventi degli amici e poeti Franco Buffoni, Pietro Spataro, Flavio Santi, Maria Grazia Calandrone ed Enrico Piergallini.

A me sembra innanzitutto che la nostra iniziativa "Calpestare l'oblio", con tutti i mille difetti che una iniziativa spontanea e non filtrata può contenere, abbia significato qualcosa e che sia già "un significato" aggiunto alla nostra sebbene marginale storia.

Il primo significato aggiunto è, secondo me, proprio questo: e cioè che una storia minore, la poesia italiana, si è considerata parte integrante e non separata nè separabile di una storia "complessiva" e "complessa", la cultura; ed ecco che riacquisita la consapevolezza del contesto, e dunque dell'azione possibile interna a tale contesto, anche un movimento minore come la poesia può e deve assumersi le responsabilità proprie di ogni agente dialettico, "il senso di responsabilità" di chi apprende di essere parte di una rete di relazioni su cui può operare azioni e da cui può attendere reazioni.

Ecco, in questo modo l'oblio particolare del genere proprio, la poesia, è stato inteso non con vittimismo autoreferenziale ma come individuazione di un oblio generale, che è la storia delle tante rimozioni operate dalla rappresentazione ufficiale, la comunicazione italiana, l'acculturatrice ideologica del groviglio di poteri in atto che chiamiamo "berlusconismo", e all'interno proprio della comunicazione la poesia ha agito non come linguaggio autonomo ma relativo, cioè in relazione con un'alterità, l'auditorio non specialistico, e con un contesto, la storia.

Il genere rimosso - che non vuol dire morto, ma anzi vivo, vegeto e palpitante al di là del muro di Berlino delle quinte rappresentative - il genere rimosso della poesia, che è solo una delle tante rimozioni inconsce o consce di un'epoca in quanto realtà non funzionale alla riduzione dell'individuo a ruolo operata dalla controriforma del capitalismo italiano postmoderno, ha svolto un'azione dimostrativa, e per me "Calpestare l'oblio" ha fondamentalmente questo valore. Abbiamo preso un tema caldo del dibattito pubblico, la memoria repubblicana, e lo abbiamo affrontato con le armi della poesia, che sono le armi dello sguardo complessivo e polisemantico, a partire da un'inversione nel titolo per cui il classico tema della memoria della resistenza è divenuto il tema anche della "resistenza della memoria", che alcuni dei poeti presenti hanno infatti affrontato da un punto di vista lirico e metafisico; insomma, arrivando al dunque perchè non voglio dilungarmi, la poesia italiana ha "dimostrato" di esistere e lo ha dimostrato pubblicamente, ed ha dimostrato di non essere un'area morta dei linguaggi e di poter interagire anche con un pubblico non specialistico, non di addetti ai lavori né di iniziati all'analisi delle figure retoriche o della prosodia e metrica. La poesia italiana ha cioè dimostrato di poter essere letta ed assimilata come viene letto ed assimilato un romanzo, una composizione musicale o un'opera cinematografica, e quindi anche ad un livello spontaneo e non scolastico, perchè - ed è questo un altro tema che metto sul nostro tavolo di lavoro - la rimozione del genere poetico da parte della comunicazione italiana è andata a braccetto, secondo me, con un processo speculare, e cioè con l'autoreclusione patologica, da sindrome di Stoccolma, del rifiuto da parte dei poeti di ogni tipo di relazione con l'esterno, con le altre discipline, con gli altri linguaggi e discorsi della società italiana.

Ecco, secondo me "Calpestare l'oblio" vuole dire, a primo impatto, due cose molto semplici, e cioè che 1) quella che abbiamo chiamato "Ideologia della separazione", e cioè la restaurazione del meccanicismo sociale, la funzionalizzazione della società intesa come catena di montaggio economico, finanziario e consumistico fine a sè stesso (e parallelamente, dunque, la neutralizzazione del Sapere, di quello che fu nel Novecento il pensiero critico, mediante la separazione delle discipline e dei linguaggi), ecco questa ideologia della storia è da noi oggi percepita come una ideologia stagnante e dunque superata, e che dunque noi contestiamo e denunciamo come si contesta un peso arbitrario di cui si è assunta una certa consapevolezza; 2) le strutture, i giornali, i media, le organizzazioni politiche e culturali che si danno come valore costitutivo la critica di tale ideologia non possono latitare sulla questione culturale e dunque neppure sul discorso della poesia, che assieme alla musica compositiva è una delle arti più ferite e umiliate dal fenomeno culturale del "berlusconismo", specialmente se il discorso poetico è poi capace, come lo è, di aprire delle questioni transdisciplinari, in dialogo con la storia, con la filosofia, con la politica, e soprattutto con l'etica, e non sto parlando di poesia civile, perchè solo per fare un esempio al giorno d'oggi sarebbe scandalosamente attuale e politico anche pubblicare in prima pagina un sonetto di Shakespeare per parlare di amore tra individui, tra soggetti, e non tra generi sessuali o ruoli.

Insomma, io credo che abbiamo dimostrato, visto che nessuna argomentazione teorica è più incisiva della dimostrazione pratica, il potenziale della poesia senza aggettivi, e penso che la dimostrazione è andata bene, se da un e-book di poesia partorito davvero dalla periferia della provincia, e dal web, grazie soprattutto alla sensibilità di un giornalista anomalo in quanto poeta, Pietro Spataro, siamo stati rilanciati da L'Unità, per poi provocare questo effetto domino su tutte le testate che sapete: Libero, Il Foglio, Il Giornale, Gli altri, Il Corriere della Sera, Radio 24, Il manifesto, Left, oggi Radio 3, e il dogma della non incisività, quasi per condizione naturale, della poesia nel dibattito pubblico, è stato infranto.

Riassumendo, penso che le questioni da affrontare pubblicamente siano due: 1) la questione culturale tout court in Italia, cioè la presa di coscienza di un'epoca nazionale che io chiamo "Il Trentennio", iniziato simbolicamente nel 1978, con l'acquisizione di Telemilano da parte dell'imprenditore Berlusconi, e finito simbolicamente nel 2009, con il passaggio della Tv via etere al digitale terrestre, passaggio che rappresenterà nei prossimi anni la crisi di un monolite mediatico sprezzante della cultura e il passaggio ad una concorrenza più vasta, certamente tra gruppi di potere e lobby, all'interno della quale però la cultura, la riflessione, il pensiero critico, l'arte, potranno e dovranno trovare un proprio spazio, per cui da questa piccola iniziativa autogestita dei poeti potrebbe nel tempo seguire una vera e propria presa di posizione più complessiva da parte della cultura e dell'arte italiana per un nuovo media, anche pubblico.

Insomma, quel che possiamo iniziare a fare, a partire da oggi, non è altro che questo, smetterla di considerarci come monadi autonome e costituire un metaforico legame, perchè non è vero che il legame con l'alterità sia prigionia non più di quanto non lo sia il suo contrario, se proprio Ulisse fu salvo dal canto delle sirene e potè portare a termine la propria missione grazie ad un legame, affettivo e reale; e le sirene non hanno smesso di cantare. Non voglio dire altro che questo: continuiamo questa rete di discussione e di relazione e di progetto comune, e assieme all'oblio calpestiamo anche le diffidenze di gruppo, regionale o stilistico - perchè la guerra tra poveri è un'altra delle caratteristiche dell'auto-annichilimento della poesia italiana contemporanea - e mettiamo in moto una metaforica "Officina" del pensiero critico e poetico ed artistico in Italia.

La seconda questione è quella squisitamente poetica, per cui il mio è per andare al sodo un appello perchè gli strumenti di divulgazione di quella che siamo soliti chiamare la "Sinistra", l'area cioè che dovrebbe essere interessata allo sviluppo di una sensibilità e di un pensiero alternativi all'omologazione consumistica e alla società dello spettacolo italiana, concedano spazio alla poesia italiana, che è in sè una rivolta contro il Trentennio.

Questi sono alcuni dei temi che possiamo affrontare e che possono essere presi come pretesto per iniziare un piccolo dibattito.
Mi scuso se il mio discorso è stato molto semplice ma l'ho preferito impostare in questo modo, perchè credo sia più efficace individuare dei punti chiave anche per la comunicazione verso l'esterno. Ora lascio il microfono ai primi ospiti...



[Intervento successivo: Franco Buffoni, puoi leggerlo qui]

lunedì 23 novembre 2009

La poesia al tempo di B.

Davide Nota [Il fatto quotidiano, 20 novembre 2009]


«Ma siamo oggi./ Gli individui esistono solo morti./ I borghesi sono tutti gli uomini./ I poeti, i soli uomini individui,/ sono spesso dei borghesi o dei morti.” (Gianni D’Elia, Non per chi va). La grande disfatta della poesia italiana contemporanea inizia nel 1975: Eugenio Montale riceve il Premio Nobel, Pier Paolo Pasolini viene barbaramente assassinato. Per l’ultima volta, sebbene per due motivi sciaguratamente dissimili, i volti di due poeti entreranno nelle case degli italiani. Per l’ultima volta la poesia italiana darà il suo contributo iconografico al sistema culturale e identitario nazionale. La seconda data chiave è il 1976: il movimento studentesco si guarda negli occhi durante il secondo ed ultimo Festival del Parco al Lambro di Milano, Telemilanocavo inizia a trasmettere via etere. Nel 1978, mentre le Brigate Rosse rapiscono ed uccidono Aldo Moro, Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano. Ciò che segue è la storia del Trentennio (definizione di Giampiero Marano, su «La Gru», ed anche un titolo di prossima uscita di D’Elia) della interruzione culturale e della società dello spettacolo italiana.
Se la prima generazione del post-moderno poetico nazionale (Bellezza, Buffoni, Cucchi, De Angelis, Magrelli, D’Elia etc.) può ancora godere della disponibilità di alcuni grandi editori, di una capillare distribuzione per librerie e soprattutto di una discreta attenzione critica, la generazione successiva, quella dei cosiddetti poeti nel limbo (definizione di Marco Merlin), è la prima a vivere e subire integralmente la drammatica condizione dell’oblio totale del poeta all’interno della società italiana. Nel naufragio del disimpegno programmatico affoga la figura del poeta-intellettuale.
«Ma siamo oggi», à la fin de la décadence berlusconiana, in un Paese culturalmente devastato che ignora i propri poeti al punto da pensare che siano tutti morti.
Invece i poeti italiani esistono e resistono, nel sottobosco non rappresentato della Storia nazionale. Le nuove leve fertili e tradite.
Certo, siamo abituati ad una destra che, consapevole dell’inconsistenza critica del proprio avversario, cerca di vendersi come la cura al male da lei stessa procurato. E siamo anche abituati ad una sinistra sempre pronta ad imitare quello stesso male. Eccoci così di fronte al nuovo paradosso della storia ultima nostra: il mecenatismo culturale dei berluscones.
Le rubriche di critica poetica scompaiono dai giornali della sinistra italiana per trovare invece largo spazio su «Libero», «Il Giornale», «Avvenire», o su «Il domenicale» di Marcello Dell’Utri ed Angelo Crespi, attuale consulente del Ministro Sandro Bondi. In quota C.L. il poeta Davide Rondoni lancia e lega a sé tutta una generazione di autori di venti e trent’anni, al contempo fondando una e-fanzine di poesia e cultura militante, «ClanDestino-zoom», un cui recente editoriale titolava “Perché non possiamo non dirci berlusconiani”.
Dall’egemonia al revisionismo il passo è breve. Ed ecco le opere di Baudelaire, Rimbaud e Pasolini rilette e diffuse di pubblicazione in meeting secondo una chiave clericale e conservatrice, in un processo inarrestabile di dequalificazione terminologica, appropriazione iconografica e manipolazione ideologica. Intruppare per disinnescare, o per inibire. Un tempo avremmo tutto ciò chiamato “questione culturale”, perché poesia (insegnavano Vittorini e Fortini, dalle pagine de «Il Politecnico») non è soltanto il piacere di leggere bei versi ma quello, anche, di comprendere un’azione estetica, e perciò filosofica, e perciò politica, agita sul corpo del mondo.
Qualcuno dei nostri saprà ancora comprenderlo? Salviamo la poesia italiana dall’oblio dello spettacolo, e dall’abbraccio pesante dei suoi vecchi assassini.

mercoledì 18 novembre 2009

Sono usciti i "Riscritti corsari" di Gianni D'Elia (Effigie, 2009)


Gianni D'Elia, Riscritti corsari (Effigie, 2009; 174 pp.)
a cura di Davide Nota
introduzione di Furio Colombo

*

"A noi hanno raccomandato un silenzio spontaneo, come se illegalità e istituzioni fossero la stessa cosa. Sta scritto in queste pagine che non abbiamo ubbidito; sta scritto in queste pagine che, benché invecchiati, benché molto meno giovani, non ubbidiremo." (Furio Colombo)

"Questo libro sia dunque la ferma testimonianza di una “resistenza culturale”, da parte della poesia italiana, contro l’omologazione della politica parlamentare. E siano anche, questi scritti, davvero un invito all'unità, di lotta e di speranze, perché Sinistra torni ad essere, innanzitutto, una Comune sentimentale, e non più soltanto un domicilio tecnocratico. Solo una nuova stagione di “Antropologia corsara”, e cioè di poesia e di analisi, marxismo eretico e nuovo umanesimo, cristianesimo socialista e passione illuministica per la verità, sarà in grado di risvegliare e rifondare questo nostro utopico Paese." (Davide Nota)

"E allora, eccoli qui, questi «Riscritti corsari», che sono anche un piccolo diario critico della poesia recente. La confusione democratica è sovrana, senza Unità della Sinistra e senza Unione del Centrosinistra. C’è chi corre solo, ma gli altri arriveranno. Non possiamo che essere dissidenti, come gli artisti nelle mansarde, a ribadire quattro no leopardiani: no al dominio del denaro; no al dominio dell’opinione (oggi immagine, società dello spettacolo); no al cinismo politico; no al trasformismo culturale. No al silenzio storico sulla nostra rovina collettiva." (Gianni D'Elia)

domenica 18 ottobre 2009

LA GRU AD INNSBRUCK

Programm Wintersemester 2009/2010
Programma semestre invernale 2009/2010

Università di Innsbruck
Italien-Zentrum

http://italienzentrum.uibk.ac.at






mercoledì 19 agosto 2009

Lo scandalo della poesia che si permette di fare politica

Nuovi autori: Poeti dissidenti, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo
Versi che parlano anche al movimento: «Ci sognavate tutti tronisti e veline. Vi sbagliavate»

Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro poeti a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Alla crisi della politica questi giovani poeti offrono una direzione verso cui guardare.

Da leggere – Voci critiche per sonetti e poemetti
Voci giovani di poesia, poeti se non militanti, ma molto critici con l’omologazione culturale, il degrado del linguaggio e dei valori. Parliamo di Stefano Sanchini che ha all’attivo la raccolta «Interrail» (Fara), Danni Antonello, che ha pubblicato il poemetto politico «Italia», di Matteo Zattoni, che ha tre raccolte in libreria («Il nemico», Il ponte vecchio, «Il peso degli spazi», LietoColle e «L’estraneo bilanciato», Stampa); infine di Chiara Daino, autrice del romanzo «La merca» (Fara).


LO SCANDALO DELLA POESIA CHE SI PERMETTE DI FARE POLITICA
Davide Nota (da "L'Unità", 18 agosto 2009)

Dietro la grande rappresentazione della banalità omologata italiana, cresce e si sviluppa una nuova generazione di poeti italiani. Nati a cavallo tra gli anni ‘70 e i primi ‘80, studiano Pasolini, criticano il presente, criticano l’omologazione del consumismo e dello spettacolo. «Profanare il tempio delle banalità di massa con lo scandalo della poesia. Oltraggiare l’epoca a colpi di amore». La sinistra dovrebbe saperli accogliere, promuovere, incoraggiare. Non lasciare disattesa proprio la gramsciana «questione culturale» di cui invece si appropria la destra, con i vari Dell’Utri, Crespi e Davide Rondoni. È sempre una violenza costringere la poesia a categorie di lotta politica; ma pure questi giovani scrittori molto avrebbero da dire ai ragazzi che si sono riconosciuti nello slogan: «Ci sognavate tutti veline e tronisti: vi sbagliavate».
Pensiamo al marchigiano Stefano Sanchini (1976), il cui esordio risale al 2008, con la raccolta Interrail (Fara) e con il poemetto di teatro in versi Via del Carnocchio, roversianamente ciclostilato in proprio ed altrettando distribuito. Immaginiamolo in piedi, dunque, nel mezzo di un incontro pubblico, scandire con voce di fuoco: «aspiro ad essere / l’anello malato della catena di montaggio / aspiro alla solitudine e all’ingiuria / ho paura, certo / il sogno era un altro e c’erano gli altri / con il loro viaggio a incontrarsi / che vivi siamo in questo tempo / ma dove sono gli altri? Dove / le provviste?».
Danni Antonello (1978) è invece un giovane poeta veneto, traduttore dal francese, direttore della piccola ma sempreverde casa editrice La spina, in provincia di Padova. La sua parola, orfica e incivile, ci ricorda Dylan Thomas, Jean Genet, Rimbaud, la sua rivolta è anarchica e individuale: «come il gabbiano che controvento / cede alla raffica e vira». Maleggiamolo anche dal poemetto politico Italia, stampato dall’Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea, in occasione del sessantesimo anniversario della liberazione: «In viale dei tigli ad ogni tiglio sta appesa una corda, / spessa quanto forte quanto duro è il collo spezzato / dell’uomo che ha impiccato: l’antifascista, il partigiano / che un secondo prima di morire muto come l’orgoglio / dentro di sé ha pensato: / “Non basteranno tutti i tigli del mondo / per impiccare un popolo”».
Del lombardo Matteo Zattoni (1980), già uscito con Il nemico (Il ponte vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005) e L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), ha già ben scritto Gianluca Pulsoni: Zattoni «legge il mondo come luogo del pensiero e del possibile recuperando il desiderio poetico e “politico” di tornare a percepire la realtà nel suo dinamismo dialettico. Per esprimere, nel suo realismo, l’immagine come contenuto di verità e domanda». (La Gru n.5, luglio 2008). È vero, se nella silloge dall’evocativo titolo situazionista Il mondo senza spettacolo il poeta profana il dogma del controllo securitario e finanziario («Adoro sorridere dentro le banche / alle loro telecamere, alla ricerca del piccolo / particolare l’idiota mi scruta con grande / attenzione, forse allerta il servizio / d’ordine – cos’avrà quello / da sorridere?») e amaramente ci interroga: «come fare a cambiare il mondo / se non riusciamo neanche più a cambiare / canale (…)?».
Infine spostiamoci a Genova per incontrare Chiara Daino (1981), sorprendente rivelazione della nuova scrittura italiana in prosa ritmica ed artistica. Il suo amalgama linguistico di basso gergo giovanile ed alta sperimentazione letteraria (con grandi riferimenti, da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli), tra citazioni rock e tensioni escatologiche, ci parla di una lotta intestina tra l’io e la storia, tra corpo individuale e mondo socializzato. Il suo primo romanzo, La merca (Fara, 2006), ha la voce diretta e non mediata di una dca (disturbi del comportamento alimentare). Priva di pietismi e morali esterne, la Daino ne approfitta per un feroce affondo generazionale: «Questa è la generazione di Jenny. Meditate, genitori, meditate. Pensierino del giorno: le cellule impazzite della generazione, da voi generata, dovrebbero impedirvi di dormire sereni (…), il frutto del vostro ventre si getta dal palazzo più alto perché ha preso solo un 27 all’ultimo esame e non vi ha resi abbastanza orgogliosi: non ha compiuto “il suo dovere”». Sanchini, Antonello, Zattoni, Daino: quattro, di una lunga lista di nuovi autori a cui la sinistra italiana, erede di Gramsci e Pasolini, dovrebbe dare voce. Insomma, torni la sinistra ad investire sulla cultura: alla crisi della politica omologata e scollata dal reale, questi giovani poeti italiani sanno reagire, offrendo, se non ancora una risposta, una direzione verso cui guardare. Ascoltiamoli.

venerdì 22 maggio 2009

READING PER MASSIMO ROSSI

VENERDI 22 MAGGIO - ORE 18.00
CHIOSTRO DI SAN FRANCESCO - ASCOLI PICENO

*

READING DI POESIA MILITANTE
di DAVIDE NOTA e STEFANO SANCHINI (La Gru)

MOSTRA DI PITTURA
di QUINTILIO (TITO) PIERANTOZZI

ESPOSIZIONI FOTOGRAFICHE
di FABRIZIO DE FABIIS e DANIELE CIABATTONI

VIDEO-ARTE
di VALERIA COLONNELLA

MUSICA

*

Interverrà il Presidente della Provincia di Ascoli Piceno
MASSIMO ROSSI

venerdì 16 gennaio 2009

OBAMISMO E SINISTRA: DUE NUOVE DAL WEB

Il nostro collaboratore Umberto Pascali, scrive su "obamismo" e "strategia Brzezinski" su "La voce delle voci": http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=187

Uno scambio epistolare tra Ilaria Mascetti, del direttivo del PRC di Ascoli Piceno, e Davide Nota, su ideologia, poesia e trasformazione della sinistra italiana:
http://www.davidenota.splinder.com/post/19542351/Lettera+ad+Ilaria.+Cosa+vuol+d